IO LEGGO/31: UNO SPORCO LAVORO

Bruno Morchio: Uno sporco lavoro

di Antonio Fresa

 

Bacci Pagano, il protagonista di questo recente romanzo di Bruno Morchio, è un personaggio ormai noto e consolidato nel panorama degli investigatori italiani. La sua è una storia particolare che incrocia, anche, alcuni dei momenti più bui e complessi della storia italiana.

Il suo scenario di riferimento è la città di Genova con le sue strade, odori, suoni e personaggi. Un mondo sempre ricco di umanità e di storie interessanti.

In questo romanzo, Bacci Pagano svela una parte del suo passato e racconta i suoi esordi come investigatore privato.

Vecchi amici emergono dal passato, riportando Bacci indietro con gli anni e costringendolo a fare i conti con il tempo che è volato via: le ferite del passato non si sono mai chiuse e qualche dolce rimpianto.

L’esperienza e i ricordi si sedimentano; i volti, i luoghi e le atmosfere si allungano come ombre di un’altra età e di un altro luogo. Negli occhi di una donna – sarà il lettore a comprendere l’importanza del legame – Bacci Pagano scopre la necessità di fare i conti con il passato e ci regala il racconto degli anni in cui, uscito dal carcere dopo una complessa vicenda legata al terrorismo, si avvia a essere uno strano investigatore privato.

C’è dolcezza e c’è violenza in questo sentirsi costretto a guardare indietro; c’è una malinconia perduta e c’è la rabbia per come le cose si sono svolte. C’è la consapevolezza che si può davvero credere di aver vissuto tante vite, anche se a ben vedere tutte le nostre scelte hanno un legame a tratti quasi impalpabile

Bacci Pagano, l’investigatore genovese creato da Bruno Morchio, lo abbiamo trovato al centro di vicende spesso torbide toccano i lati oscuri della storia del nostro paese e il difficile equilibrio di una giovane democrazia come la nostra.

Bacci Pagano è un investigatore molto particolare, con un preciso mondo di regole interiori che segnano, nella sua anima e nei suoi gesti, il limite estremo tra l’essere un volgare mercenario o un investigatore privato che sta svolgendo il suo compito.

E così Bacci Pagano è una complessità che sa svelarsi, a tratti, con semplicità estrema: una ricchezza di riflessioni politiche che confinano con l’indifferenza; un attaccamento alla vita quasi incomprensibile e solo in piccoli tratti cinico; una sensibilità esagerata che sa esplodere in violenza o si smussa in amori senza limiti.

Insomma un personaggio che costringe il lettore a una passione totale e con qualche sorpresa. Di certo non ci fa annoiare e sa guidarci nella sua Genova, nei dintorni, in cucina o nella musica.

La vicenda è di tanti anni prima. La proposta ricevuta – fare da guardia del corpo alla famiglia di un ricco imprenditore in vacanza sulla costa ligure – è allettante e quasi strana per uno scalcinato investigatore come Bacci Pagano.

Il compenso è molto elevato e aiuterebbe non poco Bacci a ripartire dopo traversie di tutti i tipi.

Il mondo che si svela, una volta varcato il cancello di quella che si svelerà essere una sorta di dorata prigione, è molto diverso dalle attese.

Le apparenze, quelle che in primo piano portano la ricchezza, la ricercatezza del vestire, del mangiare e del bere, coprono una realtà in cui l’ombra più forte è quella del fallimento, del compromesso, della sottomissione.

I personaggi che partecipano alla vicenda celano aspetti inquietanti che li rendono fragili o diabolicamente potenti, esposti al ricatto e alla vendetta.

La ricchezza non mette al riparo dal dolore e dalla paura. Bacci Pagano si muove con il suo stile tra una doppia catena d’intrighi: il primo livello porta alla politica, agli affari internazionali, alla corruzione, alla sete di potere e così via; il secondo livello getta una luce sinistra e non meno corrotta sugli amori, sugli affetti, sulle relazioni, anche su quelle che dovrebbero essere più immediate e naturali come l’amore fra la madre e un figlio.

Bacci Pagano riesce a costruire un rapporto quasi di amore con una giovane donna; s’incontrano così perché costretti ad aver cura di altri che sembrano amarsi e non lo sanno fare; si amano un poco perché ancora credono che l’amore possa contare.

Nel sole e nella bellezza del mare, Bruno Morchio costruisce pagine amare intrise di passaggi dolci e bellissimi.

Alla fine la violenza del mondo non lascerà crescere l’amore, ma non potrà cancellare la trama delicata del ricordo e il gioco profondo dei lineamenti che passano di generazione in generazione. E, infine, Bacci potrà sorridere ancora e credere che valga sempre la pena di conservare una giusta dose d’umanità.

 

Bruno Morchio
Uno sporco lavoro
La calda estate del giovane Bacci Pagano
Garzanti, 2018
€ 17,60, pagine 270

 

IO LEGGO/30: FEDERICO FELLINI, IL VISIONARIO REALISTA

Luigi Mazzella: Federico Fellini, il visionario realista

di Antonio Fresa

Sono passati venticinque anni dalla morte di Federico Fellini. Il suo nome è legato ad alcuni dei più importanti capolavori della storia del cinema non solo italiano. Con uno stile inconfondibile, Federico Fellini ha saputo raccontare e rappresentare i mutamenti della nostra società e la difficile convivenza fra tradizione, mito, sogno e innovazione. Il suo cinema, pur partendo da un amore senza remore per l’immaginazione e le “voci” della tradizione italiana, ha saputo imporsi a livello internazionale come uno dei più raffinati registi di tutta la storia del cinema.

In occasione di questa ricorrenza, Luigi Mazzella propone un agile volume per ricordare o per scoprire il grande regista attraverso la produzione cinematografia. Un ricco corredo d’immagini e tante informazioni utili su un regista che ha segnato la storia del cinema. Federico Fellini appartiene a quel ristretto novero di registi che hanno segnato un’epoca e la storia del cinema nel suo complesso.

A venticinque anni dalla sua morte, ritornare sulla sua produzione e sulle suggestioni che i suoi film hanno offerto a tanti registi a lui successivi, è sicuramente un’opera necessaria. Luigi Mazzella propone un’attenta ricognizione sulla filmografia felliniana, basandosi su di una scansione in fasi e soggetti. Il lavoro di Luigi Mazzella sembra, inoltre, in grado di soddisfare due tipologie molto diverse di appassionati di cinema. Le sue pagine sono in grado di fornire informazioni e spunti critici a chi già conosce la cinematografia felliniana e ne ha frequentata e apprezzato l’opera. La struttura, davvero rispettosa del percorso del regista, offre, d’altra parte, una comoda introduzione a chi volesse avvicinarsi ai suoi film in occasione di questa ricorrenza.

Non è qui, ovviamente, possibile ripercorrere la galleria di storie e personaggi che Fellini – affiancato in tanti film da nomi di primo piano del cinema e della letteratura (Ennio Flaiano, Tonino Guerra per citarne due) – ci ha regalato contribuendo a generare un immaginario collettivo “nazionale”. Il sodalizio con Nino Rota, autore d’indimenticabili commenti sonori ai film felliniani, ha prodotto alcune dei più celebri passaggi della storia del cinema. Tra i tanti dettagli, per chi ancora non ha avuto modo di approfondire il cinema di Fellini, è sufficiente ricordare il successo internazionale delle sue opere e la fama che l’ha circondato per anni. La filmografia con le schede di presentazione – a cura di Serena Pezone – si propone quale agile strumento di consultazione per poter davvero scegliere la strada per orientarsi in una ricchissima produzione.

Partendo dai primi passi e dall’impatto fra un ragazzo di provincia e la grande città della “Dolce vita”, il mondo felliniano si va sempre più definendo in una dialettica che sa tenere insieme la riflessione sulla modernità e la società del dopoguerra e il ricordo di un passato che assume una dimensione mitica e insostituibile. Mazzella, film dopo film, riesce a restituirci la ricchezza e la complessità di un grande artista.

Luigi Mazzella
Federico Fellini, il visionario realista
Istituto culturale del Mezzogiorno, 2018
€ 25,00, pagine 64

IO LEGGO/29: MUDANZA

 

Antonio Formichella: Mudanza

di Antonio Fresa

 

Trovare un’etichetta o una definizione per questo lavoro di Antonio Formichella è un’impresa complessa e, a ben vedere, anche inutile, perché comporterebbe un fraintendimento delle motivazioni che sono alla sua base.

Se affrontiamo l’analisi da un diverso e più concessivo punto di vista, possiamo scoprire che quest’oggettiva difficoltà a catalogare il testo deriva da una consapevole movenza dell’autore ed è legata alla condizione di mudanza (letteralmente, mutamento, trasloco, in spagnolo) che costituisce l’intima essenza del testo.

In un’epoca di crisi e di trasformazione, il bagaglio di paradigmi e certezze che avevano definito la griglia entro cui interpretare il “secolo breve” non è più in grado di cogliere i nuovi fenomeni sociali.

Continuare a usarli, come se essi potessero costituire ancora un appiglio per comprendere la realtà, non aiuta e non apre le porte alle novità che l’epoca storica porta con sé.

L’interprete degli eventi è dunque costretto a un continuo movimento, mutamento e trasloco politico, esistenziale, musicale, letterario e così via. In altri termini, il bagaglio di conoscenze e giudizi che aveva accumulato fino ad un certo punto del suo percorso è, almeno in alcuni passaggi, un peso che non aiuta a dischiudersi ad altre esperienze. Intendiamoci, le conoscenze e le riflessioni accumulate non sono del tutto inutili, ma potrebbero trasformarsi in una sorta di pregiudizio e di visone opaca che non aiuta di certo al confronto con l’emergere di nuovi stili di vita e nuovi contesti socio-politici.

Mudanza è anche il coraggio di rimettersi in discussione, come amici, come genitori, come coniugi, come lavoratori e così via per affrontare un mutamento continuo e a tratti traumatico.

La parola “crisi”, abusata con continuità nella nostra comunicazione troppo frettolosa e caotica, non nasconde necessariamente un tracollo; essa postula, piuttosto, la ricerca di un equilibrio nuovo e attuale.

I rimandi alla filosofia e ai suoi linguaggi – linguaggi che l’autore frequenta con una consapevolezza che ha dei tratti che ci piace definire “affettivi” – servono a costruire un metodo e una tempistica dell’approccio che riconosce nel tempo storico una necessità e una durata che non siamo in grado di “scavalcare” con la facile pretesa dell’immediatezza.

Comprendere, capire, analizzare e poter gestire una reazione adeguata sono un cammino fatto di tempo, fatica e, in non pochi passaggi, anche sofferenza. In tutti i campi, da quelli più privati a quelli pubblici, non ci sono facili rifugi e la nostalgia delle certezze potrebbe essere il più pericoloso dei mali.

Mudanza, nelle pagine che Formichella costruisce con pazienza ed eleganza, è allora un’attitudine, un modo d’essere che si è, per uno di quei giochi che la storia ci riserva, andato costruendo in un gruppo di WhatsApp.

Un gruppo di amici che, al cospetto del nuovo millennio, sono chiamati dalle esigenze di un mondo che muta a traslocare e lavorare lontani; un gruppo di amici che decide di non disperdere il nobile patrimonio di complicità, intesa e desiderio di confrontarsi: un mezzo moderno diventa l’occasione per continuare a intessere dialoghi “antichi”, anche per chi si ritrova a migliaia di chilometri di distanza.

Un dialogo continuo che vibra a prescindere dal mezzo usato; un dialogo continuo che, nella sua valenza esteriore, consente un continuo scambio di punti di vista e, nella sua dimensione interiore, aiuta a gestire le domande e i dolori che l’esistenza porta con sé.

In tutto il libro, e non ce ne voglia l’autore se condividiamo sentitamente con lui questa difficoltà, la certezza che la storia, la vita, la politica e così via continuano anche oltre la colpa più grave della nostra generazione: quella sorta d’amarezza che, derivando dal mutare delle nostre certezze, si può drammaticamente trasformare in un iniquo e inopportuno giudizio sul futuro dei nostri figli e delle giovani generazioni nel loro complesso.

Non siamo in grado di individuare tutti i motivi che hanno portato l’autore a questa fatica della scrittura; certamente, a giustificare queste pagine, basterebbe quell’esigenza morale – e Formichella la sente con evidente forza – di riaprire la strada al domani, all’utopia, alla sfida, almeno per quelli che del futuro saranno i protagonisti.

Antonio Formichella
Mudanza
Il seme bianco, 2018
€ 14,90; pagine 150

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IO LEGGO/28: GANDHI E L’ARTE DEL COMUNICARE

 

Margherita Marincola: Gandhi e l’arte di comunicare

di Antonio Fresa

 

Gandhi e l’arte del comunicare” è il titolo di un’interessante ricerca pubblicata dalla giovane ricercatrice Margherita Marincola.

L’immagine di Gandhi, così com’è facilmente riscontrabile nel flusso dell’informazione, è quella di un uomo che ha saputo fare di se stesso un’icona per il proprio messaggio politico.

L’indagine che Marincola conduce può essere, quindi, data la distanza storica che separa il personaggio in questione dalla diffusione della rete, un’interessante occasione di riflessione sul reale o ipotizzato potere della rete e sulla qualità dei messaggi – palesi o nascosti – che essa può veicolare.

Che rapporto avrebbe avuto Gandhi con la rete? Il Mahatma ha dovuto ingegnarsi e trovare i modi più adatti per rivolgersi al maggior numero di persone possibile, in un territorio vasto e composito con circa 700.000 villaggi e diverse centinaia di milioni di persone che parlavano lingue diverse. E ci è riuscito, senza radio, senza cinema o televisione e soprattutto senza Internet. E’ un esempio istruttivo per noi che quasi non riusciamo a immaginare la nostra vita quotidiana senza la rete. Ovviamente, Gandhi si troverebbe anche alle prese con la questione del digital divide (divario digitale).

Lo scopo del Mahatma era di comunicare con la gente, nel senso di “mettere in comune”, far partecipare gli interlocutori sollecitando un feedback immediato. Insomma, alla base del suo agire c’era la ricerca di una partecipazione attiva e non passiva della massa.

Per assicurare la massima coerenza al suo movimento, Gandhi si espose molto in prima persona. “My life is my message”, in altre parole “La mia vita è il mio messaggio”: ciò che predicava lo praticava lui stesso.

La sua, inoltre, era una comunicazione di tipo orizzontale: il dialogo era fondamentale, non tanto per distruggere l’avversario quanto per convincerlo a una pacifica convivenza basata sull’eguaglianza e il rispetto di tutti.

Uno tra i tanti esempi è individuabile nei modi che lo portarono alla scelta del termine Satyagraha.

Per trovare la definizione più adatta al suo movimento, Gandhi promosse un concorso aperto ai lettori di una sua testata in Sudafrica. La parola selezionata fu Sadagraha che poi Gandhi trasformò in Satyagraha, che significa letteralmente forza della verità.

Anche il linguaggio simbolico ha avuto una grande importanza per il crescere del suo movimento. Il Mahatma ha promosso vari movimenti con nomi e slogan immediati ed efficaci, di una semplicità e comprensibilità universale.

Insomma, gli strumenti possono essere essenziali, ma alla base resta necessaria la profondità e l’ampiezza del messaggio che Gandhi riuscì a diffondere e incarnare.

IO LEGGO/27: IL PURGATORIO DELL’ANGELO

 

Maurizio De Giovanni: Il purgatorio dell’angelo

di Antonio Fresa

 

A Posillipo, dove la terra si congiunge dolce al mare, in una “pausa dal dolore”, il cadavere di un anziano prete turba le vite di tanti che hanno sempre visto in lui un modello di rettitudine.

Chi può avere desiderato di uccidere padre Angelo? Chi può avere ucciso un uomo che tutti ritengono quasi un santo e in tanti hanno eletto a confessore dei peccati e confidente per i segreti pensieri?

L’indagine si presenta complessa e avvincente, in una città che dovrebbe gioire per l’esplosione del mese di maggio, ad un passo dall’estate, ad un passo dalla bellezza.

Che cosa si può confessare e perché? Il commissario Ricciardi e il brigadiere Maione s’immergono nell’indagine senza risparmiarsi, anche mentre sono presi da altri pensieri, altre speranze e altre paure.

E, infatti, anche le speranze vanno a volte confessate; anche i sentimenti vanno svelati; anche i sogni o le paure possono trasformare la vita in un purgatorio.

Un delitto può macchiare un’intera vita e trasformarla nell’attesa di un giudizio definitivo; un purgatorio appunto per chi appare già angelicato.

C’è chi confessa per morire, liberandosi “finalmente” del male che l’ha schiacciato, umiliato e costretto per tanti anni. E, allora, si può accettare di morire attraverso la mano di un assassino o per una malattia terribile quasi come una liberazione, quasi come la fine di un purgatorio senza soluzione.

Anche restare prigionieri delle paure che gelano il cuore di Ricciardi, senza il coraggio di confessare il proprio dramma, può rovinare una vita, o anzi due.

Il rapporto fra Ricciardi ed Enrica, la donna cui il commissario è legato da un tormentato rapporto, si trova a un bivio cruciale e il peso dell’angoscia appare insopportabile.

Ricciardi comprende, quasi all’ultimo istante possibile, che nella confessione e nel purgatorio è, sempre e comunque, celata una speranza: il purgatorio non è definitivo, non è per sempre; esso è, invece, il luogo del passaggio fra quello che si era prima e quello che potrà apparire dopo.

E il purgatorio dell’amore può spingere a quel passo che si credeva impossibile, può spingere a un mutamento che sembrava improponibile, può spingere a una confessione che non allontana chi amiamo e lo stringe invece ancora di più a noi.

Nel corso dell’indagine, della quale non sveliamo altro, anche il brigadiere Maione dovrà passare per il suo personale purgatorio emotivo.

La realtà è spesso sfuggente e le persone non sempre sincere: Maione si ritrova al centro di un triste equivoco affettivo, perché ancora prigioniero del ricordo del figlio Luca morto in servizio.

Per inseguire quel fantasma che ancora agita i suoi sogni e pesa nella sua vita matrimoniale, il brigadiere si farà portare fuori strada e dovrà confessare a se stesso di aver commesso un grave errore di valutazione.

 

Maurizio de Giovanni
Il purgatorio dell’angelo
Einaudi, 2018
Pagine 328, € 19,00

IO LEGGO/26: SARA AL TRAMONTO

 

Maurizio De Giovanni: Sara al tramonto

di Antonio Fresa

 

Chi è Sara? Una donna che sa rendersi invisibile, scomparendo nel nulla se qualcuno la osserva; una donna che sa seguire, indagare, scrutare e ascoltare senza farsi vedere, e senza che ci si accorga della sua presenza.

Intorno ad una panchina, in un piccolo parco cittadino, si possono incrociare vite e storie davvero inattese.

Sara è in grado di seguire i discorsi fatti anche lontano dalle sue orecchie e sa cogliere ogni piccola sfumatura nel volto di chi parla.

Sara è sola, sempre sola, con i suoi pensieri, le sue esperienze e i suoi dolori.

Per amore, solo per amore, Sara ha fatto scelte complesse e difficili nella sua vita, lasciando un figlio ancora bambino alle cure di suo marito.

Ha lavorato a lungo in un gruppo speciale d’investigazione, uno di quelli che si vedono solo nei film e che, nella realtà, esistono davvero, e sono in possesso d’informazioni che potrebbero cambiare il corso delle cose.

Sara si ritrova a un bivio della sua esistenza, quando il suo passato torna a bussare alla sua porta in maniera violenta e dolorosa.

Una catena di eventi che potrebbero distruggerla, e possono, invece, riavvicinarla alla vita, con uno spirito diverso, con un volto leggermente cambiato su cui potrà affiorare un lieve sorriso.

Nel corso di pochi anni, Sara ha visto morire il suo compagno per una malattia e poi il figlio abbandonato.

Nella notte del suo dolore, a quello che sembra essere il tramonto della sua vita, è andato poi germogliando un interesse e un’attesa.

Viola, la compagnia del figlio morto, è incinta e si avvia a partorire.

Tra le due donne si costruisce un rapporto sempre più solido. E dal suo passato emerge ancora la richiesta di partecipare a una nuova inchiesta.

Con l’aiuto di un poliziotto dalla non fortunata carriera, Sara si ritroverà a sentire l’adrenalina dell’attesa e la curiosità per la scoperta di nuovi elementi.

Una storia che sa essere tante storie, con un personaggio che, mentre sembrava capace di scomparire, sa imporsi per la sua forza e compostezza.

 

Maurizio de Giovanni
Sara al tramonto
Rizzoli, 2018
Pagine 262; € 19,00

IO LEGGO/25: IL METODO CATALANOTTI

Andrea Camilleri: Il metodo Catalanotti

di Antonio Fresa

Che cosa è il metodo Catalanotti e che cosa ha che fare con le indagini di Salvo Montalbano?
La passione per il teatro e la curiosità per le attività di quella che sembra, almeno all’apparenza, una compagnia amatoriale portano il commissario a muoversi in una realtà sociale e affettiva che ha subito profondi cambiamenti rispetto ai ritmi e all’organizzazione che la sua vita conosce ormai da anni.
Il commissariato con il lavoro e i suoi “riti” legati al cibo, al passeggiare e così via sono ben noti e impressi nella mente degli affezionati lettori dello scrittore siciliano.
Salvo Montalbano non è più lo stesso, e si sente chiamato a fare i conti con se stesso e con i personaggi che, in maniera si direbbe pirandelliana, è chiamato a sostenere.
Questo romanzo, a ben vedere, e come lo stesso Camilleri ha a più riprese evidenziato, è un grande omaggio al teatro e alle sue magie.
In questa indagine del commissario Montalbano, si riversa l’immenso amore e passione che Camilleri ha sempre avuto per il teatro.
Una passione profonda alla quale si è alimentato per una vita intera, occupandosi di teatro, respirando teatro, immaginando teatro.
Un’attività che l’ha tenuto concentrato per una buona parte della sua lunga vita e che l’ha portato tardi alla notorietà letteraria.
Non aggiungiamo altro che questo richiamo al teatro, per invitare il lettore ad avvicinarsi a questa lettura con lo stesso gusto e curiosità di uno spettatore che, nel teatro, attende che si spengano le luci e che la magia della scena abbia inizio.

Andrea Camilleri
Il metodo Catalanotti
Sellerio, 2018
Pagine 294, € 14,00

IO LEGGO/24: A BOCCE FERME

Marco Malvaldi: A bocce ferme

di Antonio Fresa

La fortuna serie di Marco Malvaldi che ha come protagonisti i Vecchietti del Bar-Lume si arricchisce di una nuova e intricata vicenda.

Come sempre siamo a Pineta, piccolo borgo toscano, con il suo Bar-Lume, gestito da Massimo e frequentato, in buona parte, da un gruppo di “vecchietti”, sempre pronti alla battuta e allo scherzo.

I “nostri eroi”, come già nei precedenti romanzi, hanno anche l’abitudine di seguire i fatti della cronaca nera e la capacità di scorgere relazioni e nessi che diventano un supporto fondamentale per le inchieste del vicequestore aggiunto Alice Martelli, storica fidanzata di Massimo.

La vicenda ha, in questo caso, una ben precisa data di partenza: il 17 maggio del 1968, quando è stato ucciso il fondatore di un’azienda farmaceutica della zona. Cinquant’anni dopo, all’apertura del testamento dell’ultimo proprietario, la vicenda torna in primo piano per un complesso gioco di eredità che lasciamo alla curiosità del lettore.

Le bocce dovrebbero essere appunto ferme essendo passato mezzo secolo dagli eventi in questione. Il periodo chiamato in causa è però il 1968 con tutte le trasformazioni che si avviano nel paese e il racconto delle cose risente necessariamente dei giudizi che la storia non ha ancora saputo dare con la necessaria distanza.

Elemento dopo elemento, la vicenda chiama in causa le scelte e le attese anche dei Vecchietti del Bar-Lume e Alice Martelli avrà bisogno di tutti i loro ricordi per comprendere appieno le dinamiche di quegli anni.

Una storia che sembra, almeno all’apparenza semplice, aprirà nuovi percorsi chiedendo ai protagonisti di mettersi in gioco con tutte le loro contraddizioni e la voglia di confessare una parte del proprio passato.

Con la consueta capacità a creare dialoghi quasi surreali e con il divertimento di raccontare la storia osservandola da un angolo della provincia italiana, Malvaldi ci regala una lettura avvincente sul piano umano e sul piano investigativo.

Marco Malvaldi
A bocce ferme
Sellerio, 2018
Pagine 228; € 14,00

IO LEGGO/23: LE TRE DEL MATTINO

Gianrico Carofiglio: Le tre del mattino

di Antonio Fresa

 

Le tre del mattino, per chi è rimasto in piedi fino a quel punto, sono una scelta o una necessità. Si deve stare in piedi o si vuole stare in piedi ancora.

L’atmosfera si è fatta rarefatta e induce alle confidenze e forse alle scoperte.

E’ notte a Marsiglia, e una strana coppia, un giovane e un uomo maturo, si aggira nelle strade della città, alternando luoghi famosi a stradine secondarie.

Nel loro girovagare, i due personaggi visitano bar accoglienti e piazze poco amichevoli; soprattutto ascoltano voci che vengono da vicino o da lontano.

Sono un padre e un figlio quelle due figure che bucano la notte marsigliese; sono un padre e un figlio non ancora ritrovati; sono spinti dalla vita e dalle necessità di una cura a stare insieme e a vegliare sul loro possibile destino.

Genitori separati, storie che si assomigliano tutte e tutte sono, in realtà, diverse; rette parallele, intrecci tra il passato e il presente: padre e figlio partono guardinghi, attenti a non invadere l’uno il territorio dell’altro.

Alle tre del mattino il mondo ha però un ritmo particolare che penetra nei cuori e si stempera nella potenza della musica jazz. Ed ecco che il ragazzo vede quell’uomo in parte ignoto sedersi al pianoforte e suonare con un gruppo di sconosciuti.

E’ musica jazz, un territorio che il ragazzo ignora quasi del tutto.

E’ una musica diversa che lo conquista e lo avvicina a una scoperta: ognuno ha una storia da raccontare o da ascoltare; ognuno ha la sua versione delle cose o, per meglio dire, seguendo le parole del padre, ognuno ha la sua “intenzione”.

E tutte le storie, tutte le intenzioni s’incontrano per qualche minuto per creare una musica speciale, fatta di un destino comune e di una disperazione personale.

Le tre del mattino sono anche il riassunto di giornate sospese come in un’avventura, come una litania d’incontri inattesi che aiutano a scoprire aspetti inediti della realtà: un padre e un figlio, un lento filo di fumo. Due uomini che si incontrano nelle giornate di Marsiglia, per potersi non perdere più nella memoria, quando la morte arriverà a scrivere la sua sentenza.

 

Gianrico Carofiglio
Le tre del mattino
Einaudi, 2017
Pagine 168, € 16,50

IO LEGGO/22: L’ANELLO MANCANTE

L’anello mancante. Cinque indagini di Rocco Schiavone

di Antonio Fresa

Non sono i primi racconti che vedono Rocco Schiavone come protagonista. Tra un romanzo e l’altro della sua fortunata serie, Manzini ha già percorso la strada dell’indagine veloce e immediata: una vicenda che si snoda in poche pagine senza però tralasciare le manie, i vizi e i vezzi del vicequestore Rocco Schiavone, romano di nascita e per appartenenza, “esiliato” nella fredda Aosta.

C’è, però, e ci sembra giusto rilevarlo, un tono particolare in questa nuova raccolta – in realtà essa è già giunta in libreria da qualche tempo – e, fin dall’avvertenza iniziale, anche l’autore indica questa particolarità.

Rocco Schiavone, i suoi collaboratori, Lupa (il suo cane) e il mondo di Roma e quello di Aosta sono sempre gli stessi, con tutti quei dettagli che l’hanno reso familiare ai lettori di Manzini; una vita tormentata e anche dolorosa la sua, con ritmi e rituali attraverso i quali il vice questore cerca di sottarsi alla brutalità di una vita quotidiana senza più un vero amore e senza più una vera casa o città.

La sua condizione di “esiliato” lo rende in parte alieno rispetto all’ambiente in cui agisce, ma questa sua mancanza di appartenenza, questo suo essere in perenne contrasto con l’ambiente circostante, lo mette nella condizione di osservare senza pregiudizio e di escogitare soluzioni del tutto inattese.

Il rapporto con la legge, quella di cui è pur sempre un tutore, è per Rocco Schiavone qualcosa di complesso e sorprendente.

Dicevamo però che in questi racconti il vicequestore appare, per così dire, più rilassato, più inserito – entro i limiti che gli sono propri – e più pronto a fare squadra con i suoi collaboratori o con quelli che incontra lungo il suo cammino.

Senza troppo svelare alla curiosità del lettore, per chi ama le trame di Manzini e ne ha già percorse le pagine, Schiavone si presta anche ad avventure per così dire più “montanare” che hanno come protagonista il gelo e le vette che circondano Aosta. Altrove, con una disponibilità che c’era quasi sconosciuta, troveremo il vicequestore impegnato nella realizzazione di una partita di calcio per beneficenza; ovviamente, anche in questo caso troverà il modo per imporre un finale alla sua maniera.

Per finire è Manzini a confessare che questi racconti hanno anche il valore di una sorta di gioco e si direbbe di esperimento sulle possibilità di un personaggio che ha saputo imporsi, nel nostro panorama letterario, come uno fra i più riusciti.

E in tema di giochi fra personaggi e di richiami ad altri autori, e su questa notazione chiudiamo per lasciare libero spazio al lettore, Schiavone riceve in regalo da uno dei suoi pochi amici due libri di Camilleri e si sofferma a fare delle considerazioni sulla sua ammirazione per Montalbano e i suoi metodi.

Antonio Manzini
L’anello mancante
Cinque indagini di Rocco Schiavone
Sellerio, 2018
Pagine 246, € 14,00