IO LEGGO/5: LA TRADUZIONE

La traduzione

di Antonio Fresa

 

Ci sono libri che ritornano nella memoria e che meriterebbero una maggiore attenzione. Tra questi, sicuramente, vogliamo ricordare La traduzione di Silvano Ceccherini, uno scrittore anomalo con una complessa vicenda personale.

Qualche anno fa è apparsa una nuova edizione del suo romanzo dedicato all’esperienza del carcere e alla fatica di cercare nella scrittura una sorta di riscatto. Sono ormai passati più di cinquant’anni dalla stagione del suo primo successo e La traduzione, è stata ripubblicata dalle edizioni elliot nel 2013.

Il romanzo di Silvano Ceccherini conobbe un rilevante successo al suo apparire nel 1963, anche per l’indubbia forza della storia narrata.

Ceccherini, segnato da una lunga condanna al carcere, si avvicinò alla letteratura quasi cercando un riscatto umano e morale, colpì, secondo una formula all’epoca abbastanza diffusa, la critica e il pubblico.

Per comprendere il favore con cui fu salutata la pubblicazione, bastano le parole di Alessandro Galante Garrone per La Stampa: “E’ un libro eccezionale non tanto per il fatto, già di per sé singolarissimo, che l’autore è carcerato egli stesso da quasi vent’anni (e palesi e frequenti sono gli spunti autobiografici), quanto per la testimonianza che esso ci offre di una caparbia, miracolosa volontà di sopravvivere, di preservare e affinare la propria intelligenza, di farsi scrittore di espandersi e rilevarsi in un parlar vero di cose umane. Anche Olgi, il protagonista del racconto, ha la passione dello scrivere e sa che la sua opera è l’unica cosa bella che uscirà da questa sua vita, come un fiore da un letamaio”.

Altri letterati e scrittori famosi si espressero sul lavoro di Ceccherini.

Carlo Cassola fece giungere il romanzo nelle mani di Giorgio Bassani che, commentando il romanzo, affermò: “Non abbiamo mai avuto molta fiducia nella letteratura dei non letterati, ma una volta tanto abbiamo avuto torto, torto marcio”.

Ceccherini è stato presentato da alcuni come il “Jean Genet italiano” per le esperienze di vita che in qualche modo lo accomunano allo scrittore francese. Ceccherini scontava in carcere gli ultimi mesi della sua condanna quando La traduzione, il suo primo romanzo, fu pubblicato da Feltrinelli.

La traduzione, nel freddo linguaggio della burocrazia carceraria, è un momento di passaggio e di sospensione che porta il detenuto da un carcere all’altro.

Lo spostamento può essere anche lungo e conoscere tappe numerose e rilevanti.

S’incontrano tanti altri detenuti in transito da un luogo all’altro o stabili nelle singole prigioni attraversate.

A ben guardare, nel racconto di Ceccherini, in fondo, la traduzione è quasi un momento positivo, perché concede almeno la sensazione dell’uscita dalla pesante vita quotidiana del carcere.

Il poco di mondo intravisto dal vagone, le parole ascoltate qui e lì, i vizi di un’umanità sempre dolente, i dibattiti tra chi ha ancora pochi mesi da scontare e chi ha ancora lunghi anni davanti, inducono Olgi Valnisi a riflettere sulla sua vita e sulla sua inesausta voglia di scrivere, raccontare, narrare.

Olgi Valnisi abbina la saggezza dell’uomo che ha già passato una lunga stagione in carcere alla disperazione di chi sente la vita sfuggire senza senso.

Ondeggia, Olgi Valnisi, tra il desiderio di morire (il suo cuore gli ha già giocato qualche brutto scherzo) e la voglia di vivere ancora.

Accetta Olgi Valnisi con bonomia e comprensione le bugie che i suoi compagni di viaggio devono raccontarsi per andare avanti e ammira chi, nel deserto del carcere, continua ad amare una persona o un sogno proiettandosi così oltre i limiti della propria cella.

La traduzione, dal punto di vista burocratico, è incompleta perché Olgi Valnisi muore lungo i binari della ferrovia, tra un treno e l’altro, tra un passaggio e l’altro, tra una frase e l’altra.

Muore sorridendo, convinto che il suo destino sia compiuto; sorridendo per la gentilezza e il rispetto che ha saputo donare all’ultima donna che ha incontrato, una giovane cameriera che serviva i carabinieri della scorta.

 


Silvano Ceccherini
La traduzione
Elliot, 2013
pp. 254, € 18,50

 

 

 

IO LEGGO/4: IL DOLORE DEL TIGLIO

Il dolore del tiglio

di Antonio Fresa

Una donna che, amando senza riserve, diventa la vittima di un uomo violento; un lento cammino per ritornare a essere padrona della propria esistenza. Un romanzo intenso e dalle mille voci che ci conducono nel cuore della vicenda. Una storia che sembra un modello di resilienza e di coraggio.

Laura Scanu ci racconta la storia di Lucilla, miscelando la voce della protagonista con quelle delle tante persone che interagiscono con il suo dolore.

La nostra breve presentazione del romanzo di Laura Scanu, Il dolore del tiglio, deve necessariamente riferirsi alla frase che fa da sottotitolo: Per un metallo la resilienza è il contrario della fragilità. Per una donna anche.

Ci sembra utile e indicativo riportare anche le domande con le quali si apre la postfazione che Stefano Scatena ha dedicato al romanzo.

E’ utile riportarle perché sono domande importanti e utili a indirizzare la lettura e collocarla in una riflessione necessaria, quasi obbligatoria nella nostra società: “Cosa spinge una donna nella nostra epoca di emancipazione a sopportare il peso di una relazione con un uomo violento? Cosa prova nell’interminabile scorrere del tempo, appesa a una speranza flebile, presente solo nella sua mente?”.

Queste domande, dicevamo appena sopra, devono essere viste come un’opportunità per fermarci a riflettere; la cronaca corrente, con il suo vociare, sembra mostrare tutto e spiegare tutto, mentre in realtà non mostra e non spiega e ci lascia attoniti a cospetto del moltiplicarsi degli episodi di violenza nell’ambito di quelle che dovrebbero essere le relazioni affettive più protettive e rassicuranti.

La violenza sulle donne, nelle sue varie forme, non è lontana e insidia la vita di tutti noi senza autorizzare nessuno a volgere la testa e passare oltre. Siamo tutti chiamati a interrogarci su quei comportamenti che, forse con presunzione, la nostra epoca e la nostra cultura volevano dare come superati.

La violenza, e questa è una certezza che dobbiamo necessariamente condividere, non può appartenere, come comodamente sentiamo ancora dire a più riprese, allo spazio privato della coppia e della relazione.

Lucilla si era innamorata, quando meno se l’aspettava, senza condizioni, senza paure, senza troppe riflessioni.

Lui era apparso improvvisamente nella sua vita, e lei si era arresa senza alcuna protezione, senza alcun limite, non temendo niente.

Lui era apparso con simpatia, come un uomo che sappia offrire un amore dolce e necessario. Le sue parole erano state avvolgenti e le sue premure avevano scavalcato ogni preclusione.

Un giorno, un gesto, un atto, una violenza senza perché si presentano in un istante: la mano di lui colpisce Lucilla, inattesa e improvvisa e tutto cambia. La tela dell’amore si squarcia e da essa emerge una persona nuova, inattesa, violenta, opprimente, cattiva, subdola.

Il dolore e la sorpresa si fondono, con lo stupore, con l’ingiustizia, con la storia, con il silenzio, con il segreto. Raccontare o tacere? Chiedere aiuto o attendere? Farsi complice del carnefice o allontanarsi dal pericolo?

L’idea di quel rapporto che sembrava amore si frantuma in mille parti di vetro tagliente e il desiderio di salvare almeno la visione dell’amore, la costringe a non aver cura del proprio dolore.

Lucilla resterà per un lungo tempo come imprigionata nelle proprie domande. Perché è accaduto questo evento? Perché lui mi ha colpito con tanta malvagia durezza? Domande, una catena di domande e un dubbio fatale che consegna la vittima al carnefice: forse non è accaduto…forse ho fatto qualcosa che…

Gli episodi si ripetono; e la violenza cresce e si fa aggressiva e lesiva.

Con la necessaria durezza e un’indubbia incisività, Laura Scanu ci prende per mano e ci fa seguire Lucilla e le sue relazioni con quelli che vorrebbero lei proteggerla, amarla, restituirla a se stessa.

Questo insieme di voci, pur narrandoci l’immensità di un dolore, serve a Laura Scanu a farci comprendere il cammino attraverso il quale Lucilla riesce, un passo dopo l’altro, a fare i conti con la brutalità del proprio uomo e a separare il proprio destino da quello di lui.

Senza troppo svelare della trama del romanzo, ci piace ricordare Lucilla con una valigia, per un viaggio, con un treno, per un incontro.

Lucilla finisce col trasformare il suo nome e concedere a se stessa una nuova vita e una nuova speranza di serenità accolta da altre donne.

Laura Scanu
Il dolore del tiglio
DAVID AND MATTHAUS, 2016
pagine 82, € 9,90

 

IO LEGGO/3: L’IMPRONTA DEL DIAVOLO

L’impronta del diavolo

di Antonio Fresa

 

Il romanzo di Franco Casadidio – L’impronta del diavolo – ci propone una storia ambientata a Monaco negli anni drammatici delle azioni terroristiche della R.A.F. Le pagine, le parole, le scene e gli eventi che l’autore ci mostra, guidano il lettore a riflettere sul nostro recente passato e sulle drammatiche sfide del presente.

Al centro della narrazione ci sono le vicende e le scelte, anche drammatiche, di due giovani chiamati ad atti sempre più complessi e impegnativi.

La storia è fatta d’interrogativi forti, di volti apparentemente normali, di personaggi che devono celare la propria reale identità.

Una scelta narrativa decisa che l’autore compie per descrivere anni davvero di piombo nella storia europea, e in particolare, di quella tedesca.

Senza cadere nella facile trappola di asservire il testo all’interpretazione di eventi terroristici del recente presente che vorrebbero modificare gli stili di vita delle grandi metropoli europee, l’autore ci chiede di rileggere la storia recente delle nostre democrazie che tutte, o quasi tutte, con problematiche anche specifiche nei singoli paesi, hanno dovuto fare i conti con la violenza della lotta armata.

Joseph e Mirka sembrano essere, nei primi passaggi del testo, i protagonisti di una delle tante storie d’amore che i giovani ragazzi potrebbero vivere nelle strade e nei parchi di Monaco: incontri, carezze, parole scambiate.

Sullo sfondo degli avvenimenti, almeno in questa prima parte, si snodano la carriera universitaria, la vita familiare con i suoi riti e le sue asprezze: insomma, una vita che appare semplice e quotidiana.

La vicenda si snoda, però, in Germania nel pieno degli anni delle azioni dell’organizzazione terroristica Rote Armee Fraktion (R.A.F), quasi il corrispondente delle Brigate Rosse italiane.

I protagonisti sembrano, quindi, due giovani come tanti altri. L’autore ci accompagna poi a comprendere le motivazioni, non sempre definite con la stessa intensità, che spingono i due ad avvicinarsi alla lotta armata e alla clandestinità dei terroristi.

Una coppia in cui si aprono, però, delle crepe perché giunge il momento della responsabilità individuale; giunge quell’attimo fatale che separa l’assassino da chi decide di non avere il diritto di decidere della vita degli altri, anche se ritenuti colpevoli secondo l’ottica dei terroristi. E’ un attimo, semplice e veloce, che blocca la mano o la arma per sempre.

La Germania è ancora divisa in Est e Ovest, estrema eredità della guerra e del nazismo.

Le strade e i monumenti di Monaco, così amati dell’autore e presenti fin dalla scelta del titolo, si materializzano e la città diventa uno dei protagonisti fondamentali del romanzo.

I luoghi, così ben descritti e amalgamati, pur collocando la vicenda entro uno spazio fisico e storico ben definito, aiutano Casadidio a proporre una riflessione universale e necessaria sulla violenza delle ideologie e delle scelte estreme dei singoli. Nelle sue pagine incontriamo drammatiche domande sulla libertà degli individui, dei gruppi e dei popoli.

Le strade, le piazze e i parchi possono essere il luogo dell’amore e dell’incontro, di una frenesia di vita che porta milioni d’individui a muoversi nello spazio urbano o possono trasformarsi nel lugubre teatro della morte, della violenza e della brutalità.

In quegli anni così drammatici, ci ricorda l’autore rimandandoci ovviamente ad altre tristi pagine della storia europea, “la storia” finisce sempre con il bussare alla porta anche di chi tenderebbe a tenersi ai margini e chiede una scelta, un passo, una decisione.

Si direbbe che non è possibile astenersi e, come sempre alla presenza del male, si è chiamati a decidere da che parte stare, a decidere quale sia il discrimine fra le vittime e i carnefici.

La vicenda dei due ragazzi e quella del gruppo in cui sono entrati determinano una scia di sangue e di complicità e ognuno sarà drammaticamente chiamato a decidere il limite che il rispetto per la vita altrui non consente di superare.

Franco Casadidio
L’impronta del diavolo
Morphema Editrice, 2016
Pagine 114, € 10,00

 

 

IO LEGGO/2: DELITTI ESEMPLARI NEL BEL PAESE

Non è facile presentare un proprio libro. Dovrei scrivere della mia raccolta di racconti “Delitti esemplari nel bel paese” e raccontarvi dei temi che sono affrontati nei diversi testi che la compongono. La lettura la lascio ai lettori.

Proverò, invece, a illustrare le riflessioni e le osservazioni che sono, per così dire, dietro al testo.

La mia regione di nascita – la Campania – e la mia regione di residenza – l’Umbria – sono accomunate dall’esperienza del terremoto che giunge a sconvolgere la vita delle comunità locali, incidendo indelebili ferite nella memoria e nel territorio.

(Prima di proseguire, sono abituato a precisare che mi sono allontanato dalla mia terra d’origine per scelta e non per necessità).

Ancora vivo è, nella mia generazione, il ricordo di quella domenica del 23 novembre del 1980 in cui, con la forza improvvisa della natura, cambiarono tante cose e per sempre.

Il titolo del quotidiano “Il Mattino” di Napoli è ancora lì a testimoniare la drammaticità della situazione che si creò in quelle ore e in quelle giornate: “Fate presto”.

Le parole di Sandro Pertini diedero voce allo sconcerto di una popolazione che fu assistita con notevole ritardo e impreparazione. Non c’era allora una cultura della protezione civile e un’organizzazione in grado di mobilitarsi in poche ore.

Emerse chiara, quindi, la necessità di dotarsi di strumenti di intervento e prevenzione e si avviò un cammino davvero importante.

Questa lunga premessa serve a indicare che la protezione civile è ormai considerata una necessità e la cultura della prevenzione si dimostra fondamentale.

Insieme con questi aspetti strutturali, va notato che noi italiani sembriamo essere molto solidali nelle emergenze, capaci di grandi gesti nelle calamità, pronti a fare gruppo o squadra quando sentiamo la minaccia del fallimento totale.

La cronaca ci sommerge con la sua violenza quotidiana e ogni volta che abbiamo immaginato che si fosse raggiunto un limite invalicabile siamo stati smentiti dai fatti e dalla brutalità. E allora, necessarie e ineludibili, sorgono alcune domande e gli interrogativi si fanno pressanti per la volontà di sentirsi ancora cittadini di una comunità e di uno Stato.

Negli anni è stata creata una struttura di protezione civile; non è forse del tutto peregrina l’idea di una sorta di protezione civile psicologica che intervenga su quella che sembra essere una continua emergenza.

I terremoti mettono in crisi le strutture portanti degli edifici e determinano effetti a volte imprevedibili; che cosa accade con i “terremoti interiori”? che cosa fa collassare le strutture dei singoli che sembravano così strutturati e resistenti?

In queste riflessioni non ci riferiamo ai delitti che hanno precise finalità economiche o sono espressione di grandi interessi malavitosi. Può apparire quasi cinico ma questo tipo di delitti sembra, per certi versi, comprensibile e collocabile.

Ci riferiamo, piuttosto, a tutti quei delitti che provengono dalla cronaca spicciola della nostra penisola; delitti che non conoscono una precisa delimitazione geografica, sociale, culturale o ambientale.

Nelle cronache si legge, spesso e ripetutamente, il commento dei vicini, dei conoscenti, degli amici dell’assassino di turno: “Fino a ieri era stata sempre una brava persona, gentile quasi”.

E, dunque, quale terremoto interiore trasforma un uomo “normale” in un assassino?  Perché le sue strutture portanti non reggono più? Con una frase fatta: qual è la goccia che fa traboccare il vaso e mette in crisi un equilibrio che appariva consolidato?

Quell’uomo conduce la sua esistenza e sembra in grado di reggere. C’è poi un istante, un evento che scatena una reazione inusitata in cui, in genere, non c’è proporzione fra lo stimolo e la risposta.

Ogni giorno parlo con tante persone che hanno paura di non farcela; hanno paura di non avere un futuro; hanno paura che non ci sia un futuro per i loro figli o non fanno figli perché hanno paura; corrono, si agitano, si stressano e camminano come se portassero sulla testa una grande colonna di marmo.

Un peso che ti schiaccia a terra e ti angoscia: il mutuo, il lavoro precario, la volontà di non pensare al passato e quindi al futuro.

Siamo tutti, chi più e chi meno, soli e abbiamo l’impressione di doverci difendere da soli da invasioni e ingerenze di ogni genere. Non ci sono più strutture di collegamento sociale dai partiti alle parrocchie, non ci sono più certezze storiche e ci sente esclusi. Le classi medie scompaiono e l’idea stessa di democrazia sembra andare in tilt….e così via e così via.

In questo contesto, l’altro diventa il mio nemico; l’altro diventa il mio antagonista e tutto quello che si frappone fra il mio bisogno e la sua soddisfazione diventa qualcosa da aggredire e, nel caso, distruggere.

E’ sufficiente entrare in una scuola, in un ospedale, in un ufficio postale per comprendere che ognuno di noi può scegliere il suo nemico di turno.

Io devo risolvere il mio problema e chiunque si frappone sulla mia strada è un nemico; così come nemiche sono le regole e le leggi che non costituiscono più il collante della comunità ma lo strumento che qualcuno usa per vessarmi.

Ogni giorno parlo con tante persone e sono davvero stanco di un atteggiamento ripetuto e continuo.

Il mondo è cambiato; c’è la globalizzazione; la complessità ci stravolge; nessuno ci capisce niente e così via e così via: in tanti mi dicono di non riuscire a capire che cosa stia accadendo; in tanti mi testimoniano la difficoltà ad interpretare una realtà che cambia troppo velocemente.

Eppure volete sapere che cosa fanno queste stesse persone un minuto dopo? Mi spiegano tutto; hanno capito tutto; analizzano tutto.

Come fanno, vi chiederete voi?

E’ un processo semplice ed elementare; naturale direi.

Nel mentre denunciano la complessità della situazione, riducono tutto ad un unico fattore e con quel fattore vogliono spiegare la realtà nella sua interezza.

S’innamorano della loro idea; si affezionano alla loro idea e il dialogo è già morto. La parola non serve a comunicare ma a ribadire; la parola non serve ad entrare in contatto ma a proteggere e delimitare.

La mia generazione ha visto costruire e distruggere un muro che è divenuto simbolo di un mondo spezzato; poi abbiamo festeggiato, aspettandoci forse troppo, quando esso è stato abbattuto.

E oggi si torna a parlare di muri da più parti; quelli fisici in fondo si possono abbattere. Sono quelli mentali che spaventano: basta variare la scala e si riconosce un modo di pensare che si diffonde sempre più.

La paura del vasto, dell’ampio, del plurale, del misto, del commisto, del confuso, del molteplice, del meticcio: ecco il metodo del fattore unico, di quello che spiega tutto; ecco il metodo della nazione solitaria; ecco il metodo della difesa.

Così, mentre si paga il prezzo della solitudine, molti si rifugiano nell’inane canto della singolarità.

E l’altro non è più una risorsa con la quale fare “insieme” di più e meglio; l’altro diventa un nemico, un intralcio, un ostacolo, un fattore negativo.

Non so se l’indignazione è in grado di produrre ancora qualcosa in questo paese.

Forse, almeno, due le possibili pretese da conservare: la prima è la piena, convinta e necessaria consapevolezza che le cose potrebbero anche andare in un altro modo; l’altra è che ognuno di noi può e deve scegliere di non essere complice dei comportamenti correnti, se essi non appaiono come onesti e corretti.

Piccole cose, mi direte, piccole soddisfazioni da coglioni, da stupidoni affetti ancora dalla speranza di un miglioramento, in quel campo quasi vergine nel nostro paese, che è l’etica pubblica.

Non assumo posizioni, presuntuoso o pretestuoso; v’invito a verificare la mia segnalazione in merito a aspetti appena marginali del vivere comune.

Il ragionamento serve a indicare che nessuno è senza colpa. Nel campo che insieme esploriamo dei “delitti esemplari”, il reato e la colpa sono massimi e, quindi, esecrabili a prescindere.

In tanti altri campi, abbiamo appreso tecniche di autoassoluzione che ci tengono al riparo dalla necessità del rigore.

La giustificazione delle proprie azioni come necessarie all’ordine del mondo, o come congeniali allo stato del mondo, non mi è mai piaciuta.

Eccola, la piccola sospensione della legalità, contrattata a livello locale, da ogni amministrazione con i propri cittadini, all’ingresso e all’uscita delle scuole.

Le regole e i segnali ci sono, in alcuni casi ci sarebbero anche i tutori dell’ordine, ma la pausa della legalità è tacita.

Le automobili sono ovunque, anche se a pochi metri ci sarebbe un parcheggio. Il terreno di scambio è noto e folle di mamme, nonni e padri ignorano ogni regola, mentre prelevano i loro figli da quelle scuole dalle quali invocano trasparenza e correttezza.

Con auto incolonnate in divieto di sosta, seconda fila e terza fila, discettano amabilmente, gente che mai toccò un libro, di spropositati assegni, di inettitudine professionale, di cieco accanimento verso il loro povero figlio.

Mi direte voi, convinti di aver ben più chiaro l’equilibrio del mondo, che tale condizione dura, almeno in alcuni luoghi, per un piccolo quarto d’ora.

Ingenue e assolutorie le vostre parole; questi soggetti replicheranno questo modo d’essere quando portano il pargolo al calcetto, quando lo portano dalla nonna, quando vanno a fare la spesa. Il loro quarto d’ora, come quello di notorietà, si dilata nel cosmo e diviene normalità e premura.

Tutti presi dalla crisi economica dimentichiamo forse una crisi etica che ci coinvolge. Non si tratta, in queste parole, di ergersi a giudici. 
Si tratta, piuttosto e tristemente, di riflettere sulla coesione sociale di questo nostro paese.

In tutta la nostra penisola, senza esclusione di aree più o meno felici, osservando i diversi episodi, si assiste a una crisi che qualcuno ha definito normativa: alla base della violenza, si intravede spesso, la pretesa di trasformare le proprie esigenze in regola o alterazione della regola.

In ogni città italiana, senza esclusione, lo spazio condiviso è invaso da qualcuno che deve parcheggiare e deve, quindi, trasformare il collettivo in personale.

In fondo a che cosa servono le strisce pedonali, le rampe per i disabili, gli spazi assegnati alla sosta dei meno fortunati?

La legalità parte dalle piccole cose che non sono inutili dettagli. Il declino si nasconde nell’assuefazione e in una percezione di normalità che estingue lo sdegno e ridicolizza la denuncia.

L’uso privato dello spazio pubblico è prassi nella politica. L’uso privato dello spazio pubblico è un male fisico e simbolico, che lega il problema del parcheggio alla crisi della giustizia e così via fino al trionfo delle mafie.

Si determina una catena della sopraffazione che, col tempo e con il silenzio, avvolge di sé ogni settore della vita: mi prendo ciò che ritengo utile per me. Non c’è bisogno di analizzare la storia di alcune aree di questo nostro paese per comprendere dove conduca questa visione del mondo.

Applicate questo ragionamento ad altri campi del vivere comune, ad esempio il pagamento delle tasse e l’abusivismo edilizio, per limitarsi a due orizzonti, e vi renderete conto.

Antonio Fresa
Delitti esemplari nel Bel Paese
L’Erudita, 2016
Pagine 124, € 13.00

 

 

 

IO LEGGO: VIAGGIO NEL LABIRINTO CHIAMATO UOMO

Il peso dell’onore

di Antonio Fresa

 

L’abc della paura, Una sposa per l’altro, Torneranno a fiorire le margherite, sono i tre racconti che animano la raccolta di Stefano Ferrarese che qui proviamo a presentare almeno nelle sue linee essenziali. Non si tratta, lo dichiariamo fin da subito, di riassumere la trama o di svelarne i segreti; si tratta piuttosto di restituire, senza alcuna pretesa di una trattazione esaustiva, un’atmosfera generale che, pur nell’assoluta diversità delle trame, dei personaggi e delle vicende narrate, pervade la scrittura di Ferrarese.

Il lettore sappia, dunque, che non troverà in questa introduzione un riassunto o una disamina puntuale dei testi proposti. Il modestissimo compito di chi scrive è, piuttosto, la restituzione di un’esperienza di lettura che produce una forte impressione e una necessaria complicità.

Prima di analizzare l’atmosfera complessiva e lo stile dell’autore, offriamo per sommi capi una prima idea dei personaggi che il lettore incontrerà. La presentazione dei personaggi, almeno nelle loro linee generali, e rinunciando – consapevolmente – a restituirne tutta la complessità, ci sembra la strada più immediata per avvicinarci al testo, o almeno essa appare quella che più ci persuade.

Ci soffermiamo, per ovvi motivi, sui soli personaggi principali, quelli che nelle vicende sono in qualche modo chiamati a far “quadrare i conti” fra le proprie scelte individuali e quelle che il mondo circostante impone. Da dire ci sarebbe anche sui tanti personaggi che, solitamente e riduttivamente, si definirebbero secondari.

In effetti, richiamando la nostra necessità di scegliere una linea interpretativa che abbiamo dichiarato essere ben delimitata, è bene precisare che proprio nell’interazione fra i vari “tipi” umani proposti si gioca una delle principali qualità dei racconti che qui prendiamo in esame.

Personaggi minori che definiscono, in maniera impeccabile e ben soppesata, il complessivo quadro etico in cui si giocano le scelte dei protagonisti. Una certa tendenza a impadronirsi delle vite altrui e a sfruttarle per i propri fini soggettivi sembra unificare l’insieme dei comportamenti che questi personaggi secondari assumono, di volta in volta, nei confronti di quelli più rilevanti, giocando un ruolo a volte quasi tirannico e dispotico.

Se il tema generale è, infatti, quello dell’onore e del suo senso, la riflessione che s’insinua, come un fiume carsico, nelle parole di Ferrarese riguarda la libertà degli individui e i condizionamenti affettivi, storici e anche politici che tutti finiscono con il patire.

Come può ogni singolo individuo separare la propria storia personale da quella familiare o dalla “grande storia” (quella con la S maiuscola) che tutto e tutti sembra travolgere? Come possono i singoli individui non sentirsi risucchiati nel vortice del proprio tempo con i suoi condizionamenti e con le sue pretese?

L’onore, com’è trattato da Ferrarese, costituisce una sorta di ancoraggio al destino che, mentre definisce e scolpisce i ruoli che ognuno può interpretare, imprigiona in un solco e in una prospettiva.

I personaggi di Ferrarese sembrano costretti ad una tragica lotta fra ciò che vorrebbero essere  e ciò che dovrebbero essere, per non tradire le proprie origini e la propria condizione.

Non si riscontra superficialità e non si persegue un facile anelito alla libertà nelle pagine che presentiamo; l’autore ci rammenta, a più riprese, che anche “andare contro”, perseguendo il semplice contrapporsi o l’immediatezza dell’essere trasgressivo, rappresenta una forma di un ossequio necessario alla tradizione e alla storia.

Non basta dirsi antagonisti per essere davvero indipendenti; i modelli familiari e culturali costruiscono un reticolo entro cui è comunque necessario muoversi. La fedeltà a se stessi e alle proprie convinzioni non è sufficiente come momento d’identità e costruzione di sé: in un modo o nell’altro, è necessario fare i conti con l’educazione ricevuta e con le attese che sono state proiettate su di noi.

In questo spazio s’insinua il peso quasi tragico dell’onore con tutte le sue conseguenze. Nelle vicende che ci sono narrate è, dunque, l’onore ad essere presentato come il sottile diaframma che – contemporaneamente e tragicamente – limita e definisce i personaggi. Il senso dell’onore restituisce alla propria origine anche quando gli uomini vorrebbero staccarsi da essa e vivere, in senso pieno, un progetto di vita autonoma.

Sotto la forma dell’onore, il destino bussa alla porta e costringe ad una sorta di resa che, in alcuni casi porta alla distruzione e, in casi molto limitati, aiuta a rinascere.

Con una franchezza davvero necessaria, Ferrarese analizza i suoi personaggi senza pietismi o facili complicità e lascia loro una “uscita di sicurezza” nella coscienza dei propri limiti e dei propri vincoli. In qualche modo, come nella tradizione tragica, le “colpe”, o almeno le “scelte” dei padri ricadono sui figli segnandone una parte del destino.

Infine, verrebbe da dire, l’amore – nelle sue varie possibili forme – non produce soltanto sicurezze o protezioni; esso espone, piuttosto, alla necessaria paura del giudizio che, prima di provenire dagli altri che ci circondano, alberga e si fa consistente nell’animo dei personaggi stessi. Un gioco di specchi, di rimandi, di appartenenza che porta alla paralisi o all’eccesso di azione. Comunque è difficile o impossibile trovare una misura.

L’autore si misura con il complesso progetto di affrontare uno stesso tema con tre approcci differenti, anche se necessariamente complementari. La complessità della sfida che Ferrarese affronta è insita nel tema prescelto – l’onore, sulla cui definizione abbiamo già detto in questa breve introduzione – e nella scelta di indagare tre ambienti sociali, tre momenti storici e tre situazioni culturali ben diversificati.

Potremmo, allora, con una certa volontà di forzare la mano per rendere evidenti i meriti dell’autore, paragonare il lavoro dello scrittore a quello di un geologo o di un archeologo chiamato a studiare il sovrapporsi di materiali o di reperti in un sito dalla ricca storia. E in effetti, se ci è lecito giocare con le immagini e le parole, le pagine di questi racconti, possono essere sfogliate, lette e interpretate come tanti strati di sedimenti che, nell’insieme, propongono la ricchezza del tema generale.

Una pagina dopo l’altra, un passaggio dopo l’altro, Stefano Ferrarese ci guida a riconoscere il diverso tono, la diversa enfasi, il diverso significato che la parola “onore” – intesa nel senso di una atavica e necessaria fedeltà a se stessi e alla propria cultura – può assumere nelle tre vicende narrate.

Le parole si organizzano come mattoncini in questi racconti di Stefano Ferrarese e lentamente, con un andamento semplice e riflessivo, inglobano il lettore in un mondo che prende forma e consistenza. La definizione di un ambiente, la costanza della descrizione, l’attenzione al dettaglio determinano una struttura in cui il lettore è chiamato ad aggirarsi, per poi incontrare i personaggi e le vicende.

Meticolosa, ritmica, descrittiva, la prosa di Ferrarese suggerisce di volta in volta i possibili sviluppi della vicenda e lo fa prendendosi cura dei personaggi, mostrandoli prima come figure ed esponendoli poi come protagonisti.

Tre racconti “lunghi”, se dobbiamo servirci di definizioni quasi canoniche, che sanno integrarsi e interagire l’uno con l’altro.

Una prosa matura e ritmata che porta ad una lettura senza pause e che lascia l’amaro in bocca perché costringe a riflettere sulla nostra condizione e sulla nostra concezione della libertà e dell’indipendenza.

Come restare fedeli a se stessi mentre la realtà sembra contraddire con violenza le nostre attese morali?

Come resistere alla tentazione di omologarsi ai tanti?

Domande dense e impegnative che Ferrarese riesce a gestire con la profonda volontà di indagare l’animo umano senza arretrare al cospetto delle brutture e senza esaltarsi in presenza della bellezza.

Stefano Ferrarese

Viaggio nel labirinto chiamato uomo

€10, pagine162

2017, Associazione i colori dell’arte

Per informazioni

https://www.facebook.com/Associazione-I-Colori-Dellarte-309112332548673/?ref=br_rs

stefano.resaturo@libero.it