CULTURA

IO LEGGO/18: SCOTELLARO, JOVINE E LEVI: RACCONTARE IL SUD

Scotellaro, Jovine e Levi: raccontare il Sud

di Antonio Fresa

 

Una breve ricognizione su tre autori che hanno raccontato il Sud d’Italia e i suoi protagonisti. Tre scrittori con storie, provenienza e sensibilità diverse fra loro eppure legati da un amore profondi per la terra e le genti del Meridione. Un piccolo contributo per tornare a parlare di opere che sarebbe bene rileggere.

Un tempo ci sarebbe stato più facile raccontare la storia di Rocco Scotellaro.

Oggi, probabilmente, ci risulta più difficile: comunque, questa vicenda ci sembra necessaria, per offrire almeno uno spiraglio nella memoria.

Nel 2013 il nome di Rocco Scotellaro si lega a due ricorrenze: i novant’anni dalla nascita e i sessanta dalla morte di questo figlio della Basilicata, nato a Tricarico nel 1923 e morto a Portici nel 1953.

Possiamo provare, in questa sede, a proporre una breve carrellata di personaggi, temi e opere che appartengono tutte quasi allo stesso momento storico e sono tutte tracce della necessità – nel secondo dopoguerra – di ripensare, in tutta la sua drammaticità, la questione meridionale.

La vicenda individuale di Rocco Scotellaro, nel pieno rispetto delle sue indicazioni e della sua vocazione politica e poetica, può aiutare ad allargare lo sguardo sulla vicenda collettiva di quei contadini del Sud che attendevano uno spazio nella storia.

Una vita breve, dunque; una vita intensa e piena, con un percorso esistenziale, poi politico e letterario, che è, a un tempo, semplice e complesso.

Il rapporto con le origini e la riflessione sulle condizioni dei contadini del Sud furono, di certo, il filo conduttore della vita di Scotellaro; i diversi momenti, gli incontri intellettuali e politici dicono, invece, di una profonda ansia di confronto, di scambio e anche, per certi versi, di emancipazione.

“Sono passati dieci anni dal giorno della morte di Rocco Scotellaro, e dal lamento funebre antico che lo accompagnò al cimitero sul Basento: morte così ingiusta e improvvisa da non essere creduta vera dai contadini, o ritenuta, come tutte le più gravi sventure, un tradimento degli uomini o un capriccio funesto del cielo nemico”: queste sono parole di Carlo Levi, a dieci anni dalla morte di Scotellaro, nella prefazione a un volume della Laterza che univa L’uva puttanella (1955) e Contadini del Sud (1954), due momenti concentrici dell’opera dello scrittore di Tricarico.

In quel lamento funebre rievocato da Levi, una madre, Francesca Armento, piangeva il figlio; un’intera comunità piangeva il suo figlio che, divenuto guida politica e culturale, collegando fra le sue mani la falce e il libro, era morto lontano di casa.

Con i versi della poetessa Amelia Rosselli si potrebbe dire: Rocco morto
terra straniera, l’avete avvolto male
i vostri lenzuoli sono senza ricami
Lo dovevate fare, il merletto della gentilezza!

Rileggere questi pochi passi, riconduce a un clima culturale diverso.

Nelle brevi osservazioni riportate sul dolore per la morte di Scotellaro, si intravede lo stile interpretativo dell’autore di Cristo si è fermato a Eboli (1945) e il suo sguardo sui paesi che lo avevano accolto negli anni del confino.

A questo ricordo reale e storico narrato da Levi, non possiamo non associare il lamento e il dolore per la morte di un eroe tutto letterario come il Luca Marano de Le terre del Sacramento (1950) di Francesco Jovine.

Un’altra madre, Immacolata Marano, piange suo figlio: – Luca, oh Luca! – e si mise le mani intrecciate sul capo dondolando sul busto. – Luca, spada brillante, – gridò una voce giovanile. – Spada brillante, – ripeterono in coro le altre. – Stai sulla terra sanguinante. Via via le donne si misero le mani intrecciate sulle teste, altre presero le cocche dei fazzoletti nei pugni chiusi e li percuotevano facendo: – Oh! Oh! Spada brillante, stai sulla terra sanguinante! – T’hanno ammazzato, Luca Marano.

Come pure si può comprendere dalle nostre brevi osservazioni, ciò che distingue la realtà di Rocco Scotellaro dalla finzione letteraria di Luca Marano è l’incontro con la morte: per malattia quella del primo; morte violenta quella del secondo.

Il tratto che li accomuna, almeno nel valore epico che si può dare alla narrazione di una vita breve e intensa, è il farsi carico della rivolta e del mutamento in terre che sembravano segnate da un destino senza storia.

Con brevi cenni, ovviamente appena abbozzati rispetto alla vastità degli interessi di Scotellaro, ripensiamo anche alla sua produzione poetica e in particolare alla raccolta E’ fatto giorno (1954). Ci lasciamo guidare da una riflessione di Franco Fortini che così sintetizza il mondo poetico di Scotellaro: “I motivi di Rocco si riconducono tutti ai rapporti infanzia-maturità, partenza-ritorno, sottomissione-rivolta, paese-nazione, piccolo mondo contadino-grande mondo moderno. Queste coppie antitetiche sono soltanto la contraddizione sentimentale dell’autore. Sono la contraddizione reale della sua società”.

Sullo sfondo, ancora in maniera necessaria, ci costringono alla riflessione, su quel momento storico e su quelle terre del Sud, le opere di Ernesto de Martino (Morte e pianto rituale, Sud e magia, La terra del rimorso).

Il legame tra le sue ricerche e l’attività di Scotellaro risulta evidente, pensando ad un’opera come Contadini del Sud, una sorta di narrazione di storie contadine, raccontate dai diretti interessati.

Un legame ancora deve essere palesato, anche perché ci riconduce al luogo della morte di Scotellaro e cioè a quella Portici dove operava e agiva Manlio Rossi Doria, fondatore del Centro di specializzazione e ricerche economico-agrarie per il Mezzogiorno (scuola di Portici).

L’incontro tra Rossi Doria e Rocco Scotellaro fu importantissimo in anni in cui si reinterpretava la storia meridionale e si analizzavano le condizioni di vita delle masse agrarie.

La distinzione proposta da Rossi Doria tra “polpa” – le aree costiere e le pianure – e “osso” – le aree interne e montuose – denunciava anche la divaricazione sociologica tra le diverse aree del Sud, in relazione ai primi interventi della Cassa del Mezzogiorno.

Tanto altro sarebbe necessario, per restituire la ricchezza e l’atmosfera di quegli anni in cui la voce di Rocco Scotellaro costituì un costante arricchimento della cultura meridionalista nel quadro della ricerca di uno sviluppo italiano.

IO LEGGO/17: VENTUNO VICENDE VAGAMENTE VERGOGNOSE

Walter Lazzarin: Ventuno vicende vagamente vergognose

di Antonio Fresa

 

Ventuno storie quelle che Walter Lazzarin ci racconta: una per ogni lettera dell’alfabeto; un sottile gioco con le parole che vibrano accostandosi in maniera inattesa. Questa è la struttura della raccolta di Walter Lazzarin.

Sapete però, che cosa è un tautogramma? «Frase o componimento composto di parole comincianti tutte con la stessa lettera» come recita l’Enciclopedia Treccani; oppure, come inventa Lazzarin: «composizione costruita con componenti che cominciano, categoricamente, con caratteri coincidenti».

Insomma, aspettatevi molte sorprese e tanti accostamenti ai quali non avreste mai pensato. Un esempio può esservi utile? E allora leggiamo insieme: Ancora adolescente, Aristotele assieme ad altri alunni aveva avuto accesso all’Accademia. Abbandonò Atene appena apprese abbastanza; ambiva ad arricchirsi accasandosi ad Atarneo, agglomerato asiatico. Adulto, arrivato all’apice, abitò altrove. Attraverso ambienti altolocati avviò alcuni allievi all’astronomia, all’aritmetica, all’arte amatoria….

Come possiamo definire, allora, Walter Lazzarin? “Scrittore per strada”, questa una delle possibili definizioni di Walter Lazzarin.

In effetti, anche il mio primo incontro con l’autore può giustificare questa definizione.

Ho incrociato, infatti, un giovane scrittore seduto al bordo della strada nel corso di una manifestazione culturale; era lì, con la sua macchina per scrivere sulle gambe, e parlava con le tante persone che s’incuriosivano per la sua posizione e le sue parole.

Con la sua voce sapeva narrare, con coinvolgente ritmo, qualcosa che, ancor prima di essere ascoltato, attraeva per il semplice fatto di essere emesso con simpatia e dolcezza.

Volete un altro esempio per comprendere lo stile di Lazzarin?:

Scusami se spesso sono stato sgarbato, se sembro scansafatiche stando sempre sulla strada, senza scopo. Sul serio senza scopo? Sbagli, Santippe. Speculare sullo spirito serve.

  • Socrate, smettila! – sei solita sgridarmi. – Stai scialacquando secondi su secondi; stai sperperando settimane, secoli!
  • Silenzio, sposa sempliciotta. Semmai si sprecano soldi sovvenzionando sofisti spocchiosi.

 

In fondo le parole sono così, con tante possibilità e tante speranze che possono vivere o venir meno.

Le parole sanno chiudersi nel loro significato senza nulla svelare, proprio quando esse appaiono fin troppo chiare. In altri situazioni e con altre energie, le parole sanno germogliare, farsi grappolo e rimando di un possibile rapporto delle une con le altre.

Le parole si richiamano allora le une con le altre, e stabiliscono dei nessi che non potevamo prevedere e sulla loro onda la fantasia può viaggiare, scoprendo nuovi mondi o vecchi mondi, semplicemente narrati in un modo innovativo.

Ed ecco allora ancora una suggestione:

Oligarchico onesto, operoso, Ottavio originò Ottaviano oltreché Ottavia.

Ormai orfani, ottennero onorificenze. Ottaviano oltretutto ottenne oro, onnipotenza.

Ottimati ottusi oppure oratori orgogliosi osavano opporsi?

Orbene, Ottaviano orchestrava omicidi occultando ogni osso.

Oggi otto ottobre Ottaviano osserva obliquo Ottavia: offendeva oggettivamente ossessionata.

Quelle che vi abbiamo presentato sono appena brevi anticipazioni di ben più complessi tautogrammi che Lazzarin riesce ad amministrare senza mai smarrirsi in facili colpi a effetto o in ripetizioni senza brio.

Una lettura che aiuta il lettore a concepire le parole e il loro collegarsi da un punto di vista davvero particolare.

Walter Lazzarin
Ventuno vicende vagamente vergognose
CasaSirio editore, 2017
Pagine 98; € 10

SALERNO: VENERDI 16 FEBBRAIO 2018 – “LIBRI IN TEATRO”

Pubblichiamo il comunicato stampa.

Al via la prima edizione de i “Libri in TEATRO”, una rassegna letteraria di forte spessore culturale, ideata da Francesco Grillo, direttore e curatore della rassegna “Raitolibri” e da Claudio Tortora, direttore artistico del Teatro dell’Arti di Salerno. Chiamati alla presentazione sono stati le opere di autori affermati e diversi scrittori emergenti nei più variegati generi. Ad ospitarli saranno i locali dell’ormai tempio della cultura e dell’arte in genere de il Teatro dell’Arti di Salerno. Anche quest’anno la Direzione artistica si avvarrà della collaborazione del Consiglio studenti del Dipsum (Associazione studentesca Futura) dell’Università di Salerno rappresentato da Stefano Pignataro. “La rassegna – spiega Francesco Grillo- ha l’intento di avvicinare sempre più le persone alla lettura dei libri, stimolandole attraverso la novità ed il fascino del palcoscenico”.

Il primo libro, “Mimmo Castellano. La forza del giornalismo” sarà presentato venerdì 16 marzo alle ore 18,30 dal giornalista Pino Blasi. Saranno presenti Salvatore Campitiello ed Elia Fiorillo, che hanno curato la pubblicazione e l’editore Giovanni Fuccio di Realtà Sannita.

Il libro raccoglie tantissime testimonianze di giornalisti che descrivono con efficacia l’azione sindacale e di rappresentanza nell’Ordine e nella Federazione Nazionale della Stampa Italiana del collega pubblicista campano Mimmo Castellano.

Castellano, leader dei giornalisti pubblicisti italiani, è stato vice segretario nazionale e segretario nazionale aggiunto della FNSI. Scomparso il 16 giugno 2008 ha lasciato al giornalismo italiano un patrimonio di idee, di operosità e di comportamenti riconosciuto da tutto il mondo giornalistico.

Non senza difficoltà Mimmo Castellano, infine, si è sempre battuto per un’unità non di facciata, né opportunistica, tra tutti giornalisti italiani e dei loro organismi di rappresentanza, per incidere al meglio l’azione sindacale e quindi di tutela della categoria al fine di migliorare l’informazione al cittadino.

Presenzieranno alla presentazione del libro, la famiglia di Mimmo Castellano e alcuni dirigenti sindacali e dell’Ordine dei giornalisti.

ROCCAPIEMONTE: PENNA E CALAMAIO, IN CLASSE COME UN SECOLO FA

Il 26 gennaio 2018 presso l’Istituto Comprensivo “Don Mario Vassalluzzo” di Roccampiemonte  e con la collaborazione dell’Amministrazione Comunale di Roccapiemonte guidata dal Sindaco Carmine Pagano è stata inaugurata l’ Aula Museo “Penna e Calamaio in classe come un secolo fa. Di seguito il video servizio pubblicato su ansa.it

 

IO LEGGO/16: IL POSTO GIUSTO

Donatella Schisa: Il posto giusto

di Antonio Fresa

La storia di una famiglia, gli incontri che cambiano la vita e la ricerca del nostro passato in un romanzo che unisce più generazioni: una lunga storia che ci costringe a fare i conti con i segreti nascosti e le pagine più oscure e complesse che, in effetti, ogni famiglia sa custodire.

Con questa narrazione ampia e composita, Donatella Schisa ci ricorda che in ogni vita, in ogni dolore, c’è sempre una possibile storia da raccontare e che quel racconto, quel rapporto con la parola aiuta a “rinascere”, a ripensarsi sotto un’altra luce perché la vita sa farsi plastica e dinamica oltre i pesi che portiamo nel cuore.

Il passato e il presente si confondono insieme quando, seguendo il filo della memoria e degli affetti, si ascolta una voce interiore che ci chiede di ritrovare l’origine del nostro viaggio esistenziale.

Mercedes, la figura femminile che è al centro della vicenda, è alla ricerca di un punto di partenza che, in maniera circolare, la possa ricollocare anche nel suo presente, con una consapevolezza nuova.

Mercedes, in maniera non casuale e piena di significati, apre e chiude la vicenda che la riguarda in un cimitero. Lei, con dolore e speranza, giungerà alla scoperta del fatto che è possibile conservare presso di sé le persone che abbiamo amato, quelle figure che si credevano smarrite. E questo sapere trattenere presso di sé è un altro dei tanti doni che la parola letteraria sa donare.

Mostrandoci il lungo cammino che la sua famiglia ha compiuto, anche per donarle il coraggio di guardare in faccia il dolore, Mercedes sceglie, parola dopo parola, atto dopo atto, gesto dopo gesto, quello che la memoria ritiene essenziale salvare e conservare, trattenere e respirare.

Ed ecco che la scrittura, il racconto e la parola diventano complici e il narrare ci offre una trama, una struttura per serbare i sentimenti e gli amori, i gesti e le speranze di quelli che ancora vivono in noi.

Il rapporto fra la parola e il ricordo ci rende responsabili verso il passato, perché soltanto quello che noi salveremo e sapremo raccontare sopravvive all’oblio e alla dimenticanza.

In un luogo della memoria, due nomi incisi nel marmo tornano a vivere perché Mercedes decide di dar voce a una storia e di riportare in vita i morti: insomma di narrare, raccontare, serbare, tramandare.

La dolcissima storia d’amore fra un uomo venuto da lontano – Nicola – e una donna – Vittoria – che, rimasta vedova in giovane età, credeva che il tempo dell’amore fosse finito per sempre, torna a vivere davanti ai nostri occhi.

Il loro incontro era stato programmato dal fato? Quali forze hanno spinto Nicola a lasciare per sempre la sua terra d’origine e la famiglia che l’aveva cresciuto?

E come mai, quel giorno, un giorno ordinario come tanti, aveva bussato proprio a quella porta che avrebbe cambiato per sempre la sua vita?

Nicola, che non ha mai conosciuto suo padre e sua madre, è partito per costruire per i suoi figli e i suoi nipoti un luogo da cui partire e un luogo a cui tornare. Vittoria, donna dagli occhi bellissimi che l’hanno catturato al primo sguardo, è stata la complice serena e costante in questo disegno. 

Ci sono stati tanti figli e nipoti: ognuno ha vissuto il proprio cammino fatto di gioie e sventure, come capita a tutti. Le strade si sono allargate e le distanze sono aumentate.

C’è poi Mercedes e la sua volontà di ritornare a quella Puglia da cui era partita, di ritornare ai luoghi della sua memoria e ai gesti di quei nonni che l’hanno amata.

In quella terra così speciale, Mercedes è chiamata a vivere uno dei momenti più difficili della sua vita quando la sua seconda figlia corre il rischio di morire.

Tutto sembra condurre a una tragedia. Il coraggio di un giovane medico cambierà il corso degli eventi e consentirà lentamente a Mercedes e alla sua famiglia di ritrovare il respiro e il sorriso.

In quella terra che l’ha riaccolta, riascoltando vecchi rumori e ritrovando antichi sapori, Mercedes comprende, forse, che, tragedia nella tragedia, sarebbe perdere per sempre il proprio passato e le proprie radici e che, il rischio corso e il dolore vissuto, la chiamano a un inizio, a un nuovo racconto, a una nuova voglia di vivere che sappia anche dare voce a chi, in un modo o nell’altro, ha costruito la nostra storia.

Donatella Schisa
Il posto giusto
L’Erudita, 2017
€ 16,00, pagine 174

 

IO LEGGO/15: ACQUE TORBIDE

Monica Florio: Acque torbide

di Antonio Fresa

Ci vuole misura e serve attenzione per narrare una vicenda di pedofilia e di confusione affettiva e familiare.

Ci vuole una scrittrice come Monica Florio che, forte delle precedenti prove narrative già incentrate su temi complessi e attualissimi, usa le sue parole con misura e, diremmo, con rispetto per i suoi stessi personaggi e per i sentimenti dei giovani ragazzi coinvolti, loro malgrado, nelle torbide trame che adulti senza scrupoli e freni vanno intessendo.

La vicenda narrata in Acque torbide appare nelle pagine iniziali come l’analisi di una famiglia come tante; una famiglia all’apparenza felice, con i soliti problemi legati alla crescita di figli adolescenti che si avviano a cercare un proprio posto nel mondo e due genitori che sembrano non avere ben chiaro il ruolo che sono chiamati a svolgere a proposito dei propri figli.

La storia è in realtà molto più complessa e fa risaltare, pagina dopo pagina, il lato più oscuro e invadente delle possibili relazioni fra adulti e giovani.

Una storia forte, narrata con il garbo e la compostezza di una scrittrice matura, che sa guidare il lettore su di un terreno scivoloso, senza eccessi verbali o stilistici.

Le “acque torbide” di Monica Florio ci costringono a fermarsi e a porci inquietanti domande sulla nostra capacità di capire, seguire e ascoltare i nostri giovani adolescenti. Gli adulti che sono protagonisti di questa dolorosa vicenda sembrano aver smarrito, per motivazioni e inclinazioni diverse, ogni capacità di essere guida e punto di riferimento e si perdono in una miscela di narcisismo, perversione e leggerezza eccessiva.

Nei suoi ultimi romanzi Monica Florio ha descritto vicende che vedono come protagonisti giovani adolescenti alle prese con casi di bullismo, violenza e altre situazioni complesse; con una sensibilità sempre più calibrata e con abilità nella costruzione della vicenda, la scrittrice napoletana è andata costruendo un’analisi sempre più complessa su alcuni mali del nostro tempo.

Con eleganza e senza nascondere, Monica Florio non asseconda gli aspetti scabrosi o perversi che pure potrebbero presentarsi e guida invece il lettore alla conoscenza di dinamiche, relazioni di potere e di affetto che spesso fatichiamo a mettere a fuoco.

Il vero protagonista di questo romanzo è, in effetti, Michele un ragazzotto non proprio in forma e con gli occhiali.

Con quel misto di crudeltà e simpatia che si può avere a una certa età, Michele è detto Polpetta dai suoi coetanei.

Michele vive, come dicevamo prima, in una famiglia che sembra serena e tranquilla; legatissimo alla sorella Valentina, ne segue con simpatia le smanie da adolescente alla scoperta della vita e dei primi amori. 

La casa è elegante e accogliente e tutto sembra scorrere sui normali binari di una vita incentrata sul lavoro, sullo studio e su qualche svago legato allo sport, al nuoto in particolare.

In realtà le acque si agitano e si fanno sempre più torbide e i ruoli, le responsabilità, le attese si confondono con esiti devastanti.

Mauro è l’avvenente e atletico istruttore di nuoto che nutre un’insana passione per Valentina – che ha appena quindici anni – e che saprà guadagnarsi, per ragioni diverse, la fiducia del padre e della madre della ragazza.

I due genitori sono distratti e non attenti ai pericoli che la figlia corre.

La madre di Valentina, stanca della sua vita matrimoniale e alle prese con un marito che si dedica con fin troppa passione a una sua assistente, avvia una relazione con Mauro senza rendersi conto che l’uomo la usa per trovare sempre più spazio nella vita della ragazza.

Insomma la vicenda si fa sempre più complessa e scabrosa, con il rischio di vedere emergere una gelosia devastante.

Mauro è un uomo contorto e dal passato poco chiaro e lineare, che cerca di irretire Valentina nella sua tela perversa.

Michele, con la sua intelligenza e la sua disperazione per la sorella, è l’unico a non farsi confondere da Mauro; l’unico a comprendere le vere intenzioni dell’uomo; l’unico capace di difendere davvero la sorella e la famiglia.

Insomma Michele, nella sua semplicità e nella sua gioia di vivere, è l’unico a restare – come si dice – con i piedi per terra e capire la reale natura delle attenzioni di Mauro per Valentina.

Il padre e la madre sono, ognuno a suo modo, persi nei sogni che non vogliono rinunciare ad avere; Valentina è travolta da quella che sembra la passione potente di un uomo che tutte desiderano.

Michele è lì, davvero forte per la sua semplicità; davvero forte perché non travolto dal suo narcisismo; non travolto dalla cura dell’immagine, del vestire, dell’apparire. Michele, nella sua capacità di essere ciò che è, senza troppi imbarazzi e senza troppe rinunce, saprà essere il vero punto di riferimento per la sua famiglia.

Le sorprese e i colpi di scena non sono finiti, ma non sveliamo le successive evoluzioni che la vicenda conosce con soprese e nuove paure da comprendere.

Monica Florio
Acque torbide
CentoAutori, 2017
Pagine 190; € 12,00

CASTEL SAN GIORGIO, FRAZIONE CASTELLUCCIO: ZITTI, ZITTI…ARRIVA LA BEFANA

Manifestazione interamente dedicata ai bambini, organizzata dall’Associazione Amici di Villa Calvanese in collaborazione con le Associazioni Fratellanza SS Annunziata e Ragazzi insieme, con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale di Castel San Giorgio guidata dall’ avv. Paola Lanzara e grazie all’impegno dell’Assessore alle Pari Opportunità e Politiche Giovanili Sig.ra Giustina Galluzzo, si terrà presso Piazza Amendola alla Frazione Castelluccio del Comune di Castel San Giorgio (SA) il giorno 05 gennaio 2018.

L’evento, giunto ormai alla sua decima edizione, completamente gratuito, conduce i partecipanti nel paese delle Befane, un mondo magico ed incantato, colmo di allegria, gioia e meraviglia, in cui tutto diventa possibile.

IL PAESE DELLE BEFANE

L’ambientazione porta in un’altra dimensione, in un paese abitato da Befane e spazzacamini, dove vive, in fondo ad uno stretto e magico vicolo, la Befana Madre, pronta a distribuire personalmente i doni ai bambini…. ma solo a quelli buoni!

La neve contribuisce a rendere ancora più suggestiva e magica l’atmosfera e nell’aria si sprigionano intensi profumi di zeppole, di calde e morbide crepes alla cioccolata, di caldarroste che scoppiettano sul fuoco e di tante altre gustose leccornie.

L’attesa, prima di entrare nel paese delle Befane, è coinvolgente e magica. Si viene accolti dall’animazione che trasporta tutti in un clima di festosa allegria tra folletti, trampolieri, mangiafuoco e giocolieri.

Ogni Befana ha la sua graziosa casetta in cui accoglie tutti con grande gioia e disponibilità, coinvolgendoli nelle     proprie interessanti attività.

Si viene accolti nella casa della Befana Fiabetta, la quale, riscaldata da un magico camino, legge una favola sul suo straordinario mondo magico e i personaggi…magicamente…si animano.

Si visita la casa della Befana maghetta, che con le sue magie fa divertire grandi e piccini.

Ed ancora la casa della Befana alchimista che, con le sue pozioni magiche, dispenserà tante e preziose “alchimie” a tutti i bimbi.

Per le strade invece sarà un tripudio di gioia, colore, magia ed allegria con folletti, befane, spazzacamino, giocolieri, Befane trampolieri e mangiafuoco.

 La manifestazione è totalmente gratuita.

Programma 

Ore 15.00 Arrivo della Befana Madre e premiazione della letterina più significativa.

Dalle ore 15.30 Si parte con il percorso nelle case delle befane con inizio degli spettacoli alle ore 15.30, 16.30 e 17.30. Ingresso libero per tutti i bimbi.

Ore 18.00 La Befana Madre distribuisce i doni a tutti i bimbi.

Il percorso e tutte le attività sono gratuite e non necessitano di nessuna iscrizione.

Per far ricevere il dono ai bimbi da parte della Befana Madre, occorre iscriversi, gratuitamente, tutti i giorni, dalle ore 17.00 alle 20.00, presso la sede dell’Associazione SS.Annunziata a Castelluccio

Info:  
Luisa Morrone 342 5963328
Filomena Salvati 333 9516012

IO LEGGO/14: JEAN-CLAUDE IZZO

La biografia di Stefania Nardini e la trilogia di Fabio Montale

 

Nella biografia che Stefania Nardini ha dedicato allo scrittore marsigliese, questa fascinazione è esplorata in tutta la sua potenza e, oseremmo dire, quasi senza ritegno.

Tra l’autrice e il lettore si stabilisce, allora, una sorta di complicità, e la Nardini si presenta a noi come guida, per farci rivedere con i suoi occhi tante immagini e colori che la lettura delle opere di Izzo ci aveva regalato e ci aveva fatto immaginare.

La Nardini ammette, infatti, che la sua permanenza marsigliese alla ricerca di Izzo si è dilatata oltre le attese, e questa sua ammissione ci coinvolge, ci avvicina e ci fa sentire uniti in un’opera che già sappiamo impossibile: definire un personaggio come Izzo; definire una città come Marsiglia.

Marsiglia non è una città per turisti, ci ricordava Izzo.

Marsiglia è una città di mare che ha realizzato nei secoli continui esperimenti di convivenza fra i popoli del Mediterraneo.

Lingue, musica, sapori si sono mescolati nel reticolo della città vecchia come per l’intervento di un saggio alchimista.

Il sole e il mare hanno fatto macerare insieme piante, piatti, dialetti e costumi originando una miscela unica e fragile.

L’equilibrio di Marsiglia è stato precario e miracoloso e si è sconvolto quando la storia della città non è stata più rispettata.

A Marsiglia giunge Gennaro Izzo, il padre di Jean-Claude, provenendo da un paesino della Campania. Per sempre unite, Napoli e Marsiglia creano i nabos.

Sempre aperta all’arrivo di stranieri, Marsiglia è la città dei rital, cioè dei figli d’immigrati. Marsiglia accoglie tutti e tutti ammalia.

Marsigliesi si diventa, potremmo dire.

Questa Marsiglia così complessa e sul punto di scomparire diventa lo scenario dei capolavori di Izzo.

Il personaggio più noto di Izzo è sicuramente Fabio Montale che possiamo seguire nelle opere della trilogia che lo vede protagonista. Montale si muove per le strade di Marsiglia e ce ne mostra le bellezze e le aree più a rischio.

Non è utile ripercorrere qui tutta la bibliografia di Izzo e possiamo quindi rinviare al testo della Nardini.

Di sicuro possiamo però segnalarvi il volume delle edizioni e/o che comprende Casino Totale, Chourmo e Solea, la cosiddetta trilogia di Fabio Montale: una lettura che v’introdurrà ad un noir che sa anche essere letteratura senza se e senza ma, senza generi, senza limiti. Un’esperienza di lettura che vi farà scoprire l’amara bellezza di un mondo complesso e di un personaggio che non potrete dimenticare.

 

Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese
Stefania Nardini
Edizioni e/o, Pagine 144, € 15,00
Casino Totale – Chourmo – Solea
La trilogia di Fabio Montale
Jean-Claude Izzo
Edizioni e/o, Pagine 692, € 19,50

NOCERA INFERIORE: VILLA CHIARUGI, IL CONCERTO DI NATALE “MUSICALMENTE”

Curare è prendersi cura. Una psichiatria al passo con i tempi e antropologicamente orientata, non può che assumere come paradigma di riferimento l’umanizzazione dell’assistenza e il recupero delle abilità individuali e relazionali del paziente, favorendone l’integrazione e l’inclusione sociale.

E’ questo il motivo dominante sul quale la Casa di Cura Villa Chiarugi di Nocera Inferiore ha organizzato, per i propri ospiti, per il secondo anno consecutivo il Concerto di Natale “MusicalMENTE” che si terrà Venerdì 22 dicembre  alle ore 16.00 presso l’auditorium Villa Chiarugi

Diego Cantore alla chitarra, con la voce sublime di Isabella Caliendo delizieranno gli ospiti con un repertorio delle più belle canzoni natalizie ma anche della trazione della canzone classica napoletana.

La musica rappresenta, con gli idonei approcci, uno strumento terapeutico alternativo che coinvolge direttamente i degenti.

La struttura nocerina con oltre cento anni di vita, con questa iniziativa, vuole rivolgere un messaggio di speranza e un atto di amore verso chi soffre ma anche momento di aggregazione e di socializzazione volto a sconfiggere i soliti luoghi comuni sulla malattia mentale.

GIANFRANCO LARI

SALERNO: THE UNIVERSITY OF MISSOURI CHORAL SCHOLARS IN CONCERTO

Lunedì 18 dicembre 2017 alle ore 20.30 presso la Chiesa della Santissima Annunziata di Salerno si terrà il concerto della " The University of Missouri Choral Scholars". Organizzato dal Coro Laeti Cantores, un'associazione senza scopo di lucro, formata da amanti della musica, che ha come finalità la diffusione della cultura e della musica attraverso il canto corale.

Il programma della serata prevede

Repertorio Italiano:
 “Peccavi super numerum” - Giaches de Wert (1535-1596) 
 Sibylla Cumana, from Prophetiae Sibyllarum, N. 6 - Orlando di Lasso] (1532-1594)
 O Miracol d’Amore! - Luzzasco Luzzaschi (1545-1607) 
 “Filli, mirando il cielo” - Sigismondo D'Indy (1582-1629) 
 "S'io non miro non moro" - Carlo Gesualdo da Venosa (1566-1613) 
 “Mentre gira costei” - Carlo Gesualdo da Venosa [1566-1613] 
 
 Repertorio Americano (Musica Sacra della trazione Afro-Americana)
 “Spiritual Medley” (traditional) 
 “Draw Up The Water” da The Well di James Clemens 
 “City Called Heaven” arr. Josephine Poelnitz
 “Until I Reach My Home” arr. Brandon A. Boyd
 “Total Praise” by Richard Smallwood 
 “If You’re Happen/Amen” arr. Andre Thomas