IO LEGGO/21: CAMILLERI E I RACCONTI PER L’ESTATE

Camilleri e i racconti per l’estate

di Antonio Fresa

 

Non di rado accade, con l’inizio di quella che un tempo era definita semplicemente come la “buona stagione”, che qualcuno chieda consiglio per qualche libro da leggere.

L’allungarsi delle giornate e i periodi di vacanza avvicinano o riavvicinano alla lettura anche molti di quelli che non sono lettori compulsivi e seriali, ma sono abituati alla piccola dose di pagine.

Per prevenire le richieste – il lettore ci perdonerà per questo piccolo gioco – non ci siamo affidati al catalogo delle novità che, a ridosso delle vacanze, riportano in libreria molti degli autori di successo.

Abbiamo preferito riferirci a quello che potrebbe essere presentato come una sorta di “usato garantito”.

Stiamo, infatti, parlando di Andrea Camilleri, il “padre” del commissario Montalbano e di tanti altri romanzi di successo.

Lo scrittore siciliano è, senza dubbio, uno degli scrittori più noti del panorama italiano.

In questo caso non parliamo delle sue ultime “fatiche letterarie”; ci piace ricordare all’eventuale lettore distratto due raccolte di racconti di Camilleri; due raccolte semplici e godibili ma piene di eleganza e di un sapore quasi seducente per chi ama le trame, l’ironia e la serietà di Montalbano.

Con un paragone che lo scrittore potrebbe anche accettare, i racconti di queste raccolte sono un antipasto o una serie di piccoli assaggi di possibili piatti poi più elaborati; eppure assaggiandoli, si sentono tutta la fragranza dei prodotti scelti e la maestria del cuoco nel fondere i diversi sapori.

A proporre queste esili metafore ci aiutano i titoli che abbiamo pensato di ricordarvi: la prima raccolta è, infatti, “Un mese con Montalbano”; la seconda è “Gli arancini di Montalbano”.

Inchieste veloci, intuizioni improvvise, personaggi sorprendenti o dolenti tenuti insieme dalla maestria di Camilleri e dalla sua capacità di offrirci, anche in poche pagine, il condensato del mondo in cui Salvo Montalbano vive e opera.

Due letture davvero avvincenti per chi non avesse avuto la fortuna di scoprirle prima.


“Un mese con Montalbano” è stato pubblicato nel 1998 dalla Mondadori; 
è ora disponibile presso Sellerio.
“Gli arancini di Montalbano” sono pubblicati da Mondadori.

 

 

IO LEGGO/20: GEORGES SIMEON: IL FONDO DELLA BOTTIGLIA

Georges Simeon: Il fondo della bottiglia

di Antonio Fresa

 

Un romanzo amaro con una storia amara: due fratelli che sconvolgono le proprie vite senza riuscire a sentirsi uniti. Lo scrittore belga ambienta la sua storia quasi al confine con il Messico, tra allevatori e disperati in cerca di riscatto.

Il passato, come in molti suoi romanzi, torna, improvvisamente, a bussare alla porta di chi ha cercato di cancellarlo.

Lì, in fondo agli Stati Uniti, quasi in Messico, dalle parti di Nogales, dove il confine sfuma in mille tonalità e in mille esistenze, si sono riuniti alcuni allevatori che hanno fatto gruppo. Coppie e uomini solitari che inseguono un sogno di benessere e di stabilità; un gruppo con regole solide e frasi non dette.

Ognuno sa poco degli altri e il passato resta ai margini per discrezione e per negligenza. Ci sono riti che aiutano a trascorrere le lunghe giornate di riposo e di pausa: gli alcolici scorrono a fiumi e tutti sembrano impegnati a dimenticare qualcosa; i canali, con l’arrivo d’imponenti piogge, si trasformano in fiumi che separano le cittadine, senza più possibilità di comunicare o spostarsi.

In quelle giornate, il rito collettivo delle bevute è intervallato dalla visita alle sponde dei fiumi a guardare la corrente che corre e trascina con sé di tutto.

Allora, in quelle giornate, è chiaro che chi si trova da una parte non potrà passare dall’altra e tutti pensano, quasi rincuorati, di aver scelto il lato giusto dell’esistenza.

Nora e P.M. hanno un rapporto che assomiglia a un solido patto più che ad amore; stanno insieme senza troppo insistere sui difetti o sui fantasmi del passato. Lei è stata una giovane vedova con una buona fortuna e lui un avvocato in cerca di stabilità.

Il loro progetto di vita è stato coronato grazie all’eredità di lei e all’affidabilità di lui. Insieme hanno conquistato un posto in quella comunità in cui, secondo le parole di qualche amico, esistono tre generi di persone: gli americani che scendono dal Nord per scomparire e lasciarsi alle spalle qualche delitto o qualche dolore; i messicani che salgono dal Sud per inseguire una speranza di vita; quelli che si sono insediati nella valle e che difendono quanto conquistato.

P.M., come lo chiamano tutti, sembra aver perso il proprio passato e nessuno ne ricorda quasi più il cognome. Per tutti è così, semplicemente P.M.

Come accade spesso nei romanzi di Simenon, i protagonisti hanno lottato per crearsi una sorta di tana dove non essere insidiati dagli affanni della vita: si sono sistemati quanto più comodamente possibile nelle loro nuove sembianze e non hanno particolari progetti per il loro futuro.

A turbarli può, invece, essere il passato che riemerge quando meno se lo aspettano.

Mentre il fiume s’ingrossa e i bicchieri vengono scolati senza limite, dal passato di P.M. appare suo fratello Donald, sconosciuto a tutti e celato fin che sarà possibile. Donald è evaso dal carcere, dopo la condanna subita per aver sparato a un poliziotto. Inseguito e bisognoso, è andato a bussare alla porta della sorella che l’ha aiutato in ogni modo e ha fatto fuggire sua moglie e i suoi figli in Messico. Per poterli raggiungere conta adesso sull’aiuto del fratello e sul denaro che da lui potrà ricevere. Il fiume è però lì in piena e impedisce a chiunque di passare; il fiume condanna i fratelli a una mal sopportata convivenza: sentono di essere un pericolo l’uno per l’altro; sentono di non appartenere allo stesso mondo.

P.M., spaventato dall’idea che il benessere conquistato possa essere messo in forse dalla presenza del fratello, si muove in maniera goffa celando nel bere le sue paure; Donald, convinto che il fratello, alla fine, lo tradirà, si perde anche lui.

Una pagina dopo l’altra, con la sua abituale maestria nello scavare l’animo umano e intessere trame avvincenti, Simenon ci guida alla tragedia finale che sconvolgerà le vite di tutti. Ma questo esito lo lasciamo alla curiosità del lettore.

Georges Simenon
Il fondo della bottiglia
Adelphi, 2018
Pagine 176, € 18,00

IO LEGGO/19: ALICIA GIMÉNEZ-BARTLETT: MIO CARO SERIAL KILLER

Alicia Giménez-Bartlett: Mio caro serial killer

di Antonio Fresa

 

Pedra Delicado, l’ispettrice di Barcellona, nata dalla penna della scrittrice spagnola Alicia Giménez-Bartlett, è alle prese con una serie di delitti che la costringono a misurarsi con un serial killer e con situazioni sempre più difficili.

In una Barcellona, sempre frenetica e piena di vita, come accade spesso nelle grandi città, ci sono decine di persone che quasi si mimetizzano nello scorrere della vita e vivono un’esistenza silenziosa e solitaria.

Queste persone stanno ai margini, osservano e scrutano, In questa vicenda donne sole e poco attraenti diventano la “preda” preferita per un seriali killer che, a differenza di tutti gli altri, inizia a studiarne i movimenti e le speranze.

Solitudine, nostalgia e desiderio di essere amate si trasformano in un micidiale miscuglio che concede un grande vantaggio all’assassino. Nessuno conosce queste donne, nessuno ne registra le abitudini, nessuno sembra in grado di offrire un indizio.

Le notizie corrono veloci e le forze di polizia sono assediate e sotto pressione. Pedra Delicado, l’ispettrice al centro di tante indagini create da Alicia Giménez – Bartlett, è costretta a muoversi su di un terreno quasi ignoto.

L’ispettrice, nelle sue indagini, fa da sempre coppia con il suo vice Fermín Garzón con il quale ha raggiunto un grande affiatamento lavorativo e umano che li ha aiutati a superare anche momenti davvero difficili.

L’umorismo del suo vice è sempre stato per Pedra il miglior antidoto alla sua tendenza alla depressione e, quando tutto sembra incomprensibile e nero, i due poliziotti sono soliti affidarsi a memorabili sbronze e mangiate per uscire dalle difficoltà.

Questa volta il lavoro diventa ancor più complesso perché le insistenze delle autorità portano i dirigenti della polizia ad aggiungere alla coppia d’investigatori un ispettore della Polizia autonoma della Catalogna, con il compito di dirigere le indagini. Pedra e Fermín sono costretti ad accettare la situazione e, dopo un’iniziale diffidenza, impareranno a scoprire anche le virtù del collega.

Le indagini vanno avanti fra una speranza delusa e qualche nuovo elemento. Anche la vita familiare di Pedra è travolta dal ritmo delle indagini e l’ispettrice ha l’impressione di essersi persa in un labirinto di indizi che sembrano non portare alla scoperta del colpevole.

Le giornate scorrono e le notizie si succedono fino alla svolta finale che svelerà un quadro ancor più inquietante.

Alicia Giménez-Bartlett
Mio caro serial killer
Sellerio, 2018
Pagine 474; € 15,00

IO LEGGO/18: SCOTELLARO, JOVINE E LEVI: RACCONTARE IL SUD

Scotellaro, Jovine e Levi: raccontare il Sud

di Antonio Fresa

 

Una breve ricognizione su tre autori che hanno raccontato il Sud d’Italia e i suoi protagonisti. Tre scrittori con storie, provenienza e sensibilità diverse fra loro eppure legati da un amore profondi per la terra e le genti del Meridione. Un piccolo contributo per tornare a parlare di opere che sarebbe bene rileggere.

Un tempo ci sarebbe stato più facile raccontare la storia di Rocco Scotellaro.

Oggi, probabilmente, ci risulta più difficile: comunque, questa vicenda ci sembra necessaria, per offrire almeno uno spiraglio nella memoria.

Nel 2013 il nome di Rocco Scotellaro si lega a due ricorrenze: i novant’anni dalla nascita e i sessanta dalla morte di questo figlio della Basilicata, nato a Tricarico nel 1923 e morto a Portici nel 1953.

Possiamo provare, in questa sede, a proporre una breve carrellata di personaggi, temi e opere che appartengono tutte quasi allo stesso momento storico e sono tutte tracce della necessità – nel secondo dopoguerra – di ripensare, in tutta la sua drammaticità, la questione meridionale.

La vicenda individuale di Rocco Scotellaro, nel pieno rispetto delle sue indicazioni e della sua vocazione politica e poetica, può aiutare ad allargare lo sguardo sulla vicenda collettiva di quei contadini del Sud che attendevano uno spazio nella storia.

Una vita breve, dunque; una vita intensa e piena, con un percorso esistenziale, poi politico e letterario, che è, a un tempo, semplice e complesso.

Il rapporto con le origini e la riflessione sulle condizioni dei contadini del Sud furono, di certo, il filo conduttore della vita di Scotellaro; i diversi momenti, gli incontri intellettuali e politici dicono, invece, di una profonda ansia di confronto, di scambio e anche, per certi versi, di emancipazione.

“Sono passati dieci anni dal giorno della morte di Rocco Scotellaro, e dal lamento funebre antico che lo accompagnò al cimitero sul Basento: morte così ingiusta e improvvisa da non essere creduta vera dai contadini, o ritenuta, come tutte le più gravi sventure, un tradimento degli uomini o un capriccio funesto del cielo nemico”: queste sono parole di Carlo Levi, a dieci anni dalla morte di Scotellaro, nella prefazione a un volume della Laterza che univa L’uva puttanella (1955) e Contadini del Sud (1954), due momenti concentrici dell’opera dello scrittore di Tricarico.

In quel lamento funebre rievocato da Levi, una madre, Francesca Armento, piangeva il figlio; un’intera comunità piangeva il suo figlio che, divenuto guida politica e culturale, collegando fra le sue mani la falce e il libro, era morto lontano di casa.

Con i versi della poetessa Amelia Rosselli si potrebbe dire: Rocco morto
terra straniera, l’avete avvolto male
i vostri lenzuoli sono senza ricami
Lo dovevate fare, il merletto della gentilezza!

Rileggere questi pochi passi, riconduce a un clima culturale diverso.

Nelle brevi osservazioni riportate sul dolore per la morte di Scotellaro, si intravede lo stile interpretativo dell’autore di Cristo si è fermato a Eboli (1945) e il suo sguardo sui paesi che lo avevano accolto negli anni del confino.

A questo ricordo reale e storico narrato da Levi, non possiamo non associare il lamento e il dolore per la morte di un eroe tutto letterario come il Luca Marano de Le terre del Sacramento (1950) di Francesco Jovine.

Un’altra madre, Immacolata Marano, piange suo figlio: – Luca, oh Luca! – e si mise le mani intrecciate sul capo dondolando sul busto. – Luca, spada brillante, – gridò una voce giovanile. – Spada brillante, – ripeterono in coro le altre. – Stai sulla terra sanguinante. Via via le donne si misero le mani intrecciate sulle teste, altre presero le cocche dei fazzoletti nei pugni chiusi e li percuotevano facendo: – Oh! Oh! Spada brillante, stai sulla terra sanguinante! – T’hanno ammazzato, Luca Marano.

Come pure si può comprendere dalle nostre brevi osservazioni, ciò che distingue la realtà di Rocco Scotellaro dalla finzione letteraria di Luca Marano è l’incontro con la morte: per malattia quella del primo; morte violenta quella del secondo.

Il tratto che li accomuna, almeno nel valore epico che si può dare alla narrazione di una vita breve e intensa, è il farsi carico della rivolta e del mutamento in terre che sembravano segnate da un destino senza storia.

Con brevi cenni, ovviamente appena abbozzati rispetto alla vastità degli interessi di Scotellaro, ripensiamo anche alla sua produzione poetica e in particolare alla raccolta E’ fatto giorno (1954). Ci lasciamo guidare da una riflessione di Franco Fortini che così sintetizza il mondo poetico di Scotellaro: “I motivi di Rocco si riconducono tutti ai rapporti infanzia-maturità, partenza-ritorno, sottomissione-rivolta, paese-nazione, piccolo mondo contadino-grande mondo moderno. Queste coppie antitetiche sono soltanto la contraddizione sentimentale dell’autore. Sono la contraddizione reale della sua società”.

Sullo sfondo, ancora in maniera necessaria, ci costringono alla riflessione, su quel momento storico e su quelle terre del Sud, le opere di Ernesto de Martino (Morte e pianto rituale, Sud e magia, La terra del rimorso).

Il legame tra le sue ricerche e l’attività di Scotellaro risulta evidente, pensando ad un’opera come Contadini del Sud, una sorta di narrazione di storie contadine, raccontate dai diretti interessati.

Un legame ancora deve essere palesato, anche perché ci riconduce al luogo della morte di Scotellaro e cioè a quella Portici dove operava e agiva Manlio Rossi Doria, fondatore del Centro di specializzazione e ricerche economico-agrarie per il Mezzogiorno (scuola di Portici).

L’incontro tra Rossi Doria e Rocco Scotellaro fu importantissimo in anni in cui si reinterpretava la storia meridionale e si analizzavano le condizioni di vita delle masse agrarie.

La distinzione proposta da Rossi Doria tra “polpa” – le aree costiere e le pianure – e “osso” – le aree interne e montuose – denunciava anche la divaricazione sociologica tra le diverse aree del Sud, in relazione ai primi interventi della Cassa del Mezzogiorno.

Tanto altro sarebbe necessario, per restituire la ricchezza e l’atmosfera di quegli anni in cui la voce di Rocco Scotellaro costituì un costante arricchimento della cultura meridionalista nel quadro della ricerca di uno sviluppo italiano.

IO LEGGO/17: VENTUNO VICENDE VAGAMENTE VERGOGNOSE

Walter Lazzarin: Ventuno vicende vagamente vergognose

di Antonio Fresa

 

Ventuno storie quelle che Walter Lazzarin ci racconta: una per ogni lettera dell’alfabeto; un sottile gioco con le parole che vibrano accostandosi in maniera inattesa. Questa è la struttura della raccolta di Walter Lazzarin.

Sapete però, che cosa è un tautogramma? «Frase o componimento composto di parole comincianti tutte con la stessa lettera» come recita l’Enciclopedia Treccani; oppure, come inventa Lazzarin: «composizione costruita con componenti che cominciano, categoricamente, con caratteri coincidenti».

Insomma, aspettatevi molte sorprese e tanti accostamenti ai quali non avreste mai pensato. Un esempio può esservi utile? E allora leggiamo insieme: Ancora adolescente, Aristotele assieme ad altri alunni aveva avuto accesso all’Accademia. Abbandonò Atene appena apprese abbastanza; ambiva ad arricchirsi accasandosi ad Atarneo, agglomerato asiatico. Adulto, arrivato all’apice, abitò altrove. Attraverso ambienti altolocati avviò alcuni allievi all’astronomia, all’aritmetica, all’arte amatoria….

Come possiamo definire, allora, Walter Lazzarin? “Scrittore per strada”, questa una delle possibili definizioni di Walter Lazzarin.

In effetti, anche il mio primo incontro con l’autore può giustificare questa definizione.

Ho incrociato, infatti, un giovane scrittore seduto al bordo della strada nel corso di una manifestazione culturale; era lì, con la sua macchina per scrivere sulle gambe, e parlava con le tante persone che s’incuriosivano per la sua posizione e le sue parole.

Con la sua voce sapeva narrare, con coinvolgente ritmo, qualcosa che, ancor prima di essere ascoltato, attraeva per il semplice fatto di essere emesso con simpatia e dolcezza.

Volete un altro esempio per comprendere lo stile di Lazzarin?:

Scusami se spesso sono stato sgarbato, se sembro scansafatiche stando sempre sulla strada, senza scopo. Sul serio senza scopo? Sbagli, Santippe. Speculare sullo spirito serve.

  • Socrate, smettila! – sei solita sgridarmi. – Stai scialacquando secondi su secondi; stai sperperando settimane, secoli!
  • Silenzio, sposa sempliciotta. Semmai si sprecano soldi sovvenzionando sofisti spocchiosi.

 

In fondo le parole sono così, con tante possibilità e tante speranze che possono vivere o venir meno.

Le parole sanno chiudersi nel loro significato senza nulla svelare, proprio quando esse appaiono fin troppo chiare. In altri situazioni e con altre energie, le parole sanno germogliare, farsi grappolo e rimando di un possibile rapporto delle une con le altre.

Le parole si richiamano allora le une con le altre, e stabiliscono dei nessi che non potevamo prevedere e sulla loro onda la fantasia può viaggiare, scoprendo nuovi mondi o vecchi mondi, semplicemente narrati in un modo innovativo.

Ed ecco allora ancora una suggestione:

Oligarchico onesto, operoso, Ottavio originò Ottaviano oltreché Ottavia.

Ormai orfani, ottennero onorificenze. Ottaviano oltretutto ottenne oro, onnipotenza.

Ottimati ottusi oppure oratori orgogliosi osavano opporsi?

Orbene, Ottaviano orchestrava omicidi occultando ogni osso.

Oggi otto ottobre Ottaviano osserva obliquo Ottavia: offendeva oggettivamente ossessionata.

Quelle che vi abbiamo presentato sono appena brevi anticipazioni di ben più complessi tautogrammi che Lazzarin riesce ad amministrare senza mai smarrirsi in facili colpi a effetto o in ripetizioni senza brio.

Una lettura che aiuta il lettore a concepire le parole e il loro collegarsi da un punto di vista davvero particolare.

Walter Lazzarin
Ventuno vicende vagamente vergognose
CasaSirio editore, 2017
Pagine 98; € 10

IO LEGGO/16: IL POSTO GIUSTO

Donatella Schisa: Il posto giusto

di Antonio Fresa

La storia di una famiglia, gli incontri che cambiano la vita e la ricerca del nostro passato in un romanzo che unisce più generazioni: una lunga storia che ci costringe a fare i conti con i segreti nascosti e le pagine più oscure e complesse che, in effetti, ogni famiglia sa custodire.

Con questa narrazione ampia e composita, Donatella Schisa ci ricorda che in ogni vita, in ogni dolore, c’è sempre una possibile storia da raccontare e che quel racconto, quel rapporto con la parola aiuta a “rinascere”, a ripensarsi sotto un’altra luce perché la vita sa farsi plastica e dinamica oltre i pesi che portiamo nel cuore.

Il passato e il presente si confondono insieme quando, seguendo il filo della memoria e degli affetti, si ascolta una voce interiore che ci chiede di ritrovare l’origine del nostro viaggio esistenziale.

Mercedes, la figura femminile che è al centro della vicenda, è alla ricerca di un punto di partenza che, in maniera circolare, la possa ricollocare anche nel suo presente, con una consapevolezza nuova.

Mercedes, in maniera non casuale e piena di significati, apre e chiude la vicenda che la riguarda in un cimitero. Lei, con dolore e speranza, giungerà alla scoperta del fatto che è possibile conservare presso di sé le persone che abbiamo amato, quelle figure che si credevano smarrite. E questo sapere trattenere presso di sé è un altro dei tanti doni che la parola letteraria sa donare.

Mostrandoci il lungo cammino che la sua famiglia ha compiuto, anche per donarle il coraggio di guardare in faccia il dolore, Mercedes sceglie, parola dopo parola, atto dopo atto, gesto dopo gesto, quello che la memoria ritiene essenziale salvare e conservare, trattenere e respirare.

Ed ecco che la scrittura, il racconto e la parola diventano complici e il narrare ci offre una trama, una struttura per serbare i sentimenti e gli amori, i gesti e le speranze di quelli che ancora vivono in noi.

Il rapporto fra la parola e il ricordo ci rende responsabili verso il passato, perché soltanto quello che noi salveremo e sapremo raccontare sopravvive all’oblio e alla dimenticanza.

In un luogo della memoria, due nomi incisi nel marmo tornano a vivere perché Mercedes decide di dar voce a una storia e di riportare in vita i morti: insomma di narrare, raccontare, serbare, tramandare.

La dolcissima storia d’amore fra un uomo venuto da lontano – Nicola – e una donna – Vittoria – che, rimasta vedova in giovane età, credeva che il tempo dell’amore fosse finito per sempre, torna a vivere davanti ai nostri occhi.

Il loro incontro era stato programmato dal fato? Quali forze hanno spinto Nicola a lasciare per sempre la sua terra d’origine e la famiglia che l’aveva cresciuto?

E come mai, quel giorno, un giorno ordinario come tanti, aveva bussato proprio a quella porta che avrebbe cambiato per sempre la sua vita?

Nicola, che non ha mai conosciuto suo padre e sua madre, è partito per costruire per i suoi figli e i suoi nipoti un luogo da cui partire e un luogo a cui tornare. Vittoria, donna dagli occhi bellissimi che l’hanno catturato al primo sguardo, è stata la complice serena e costante in questo disegno. 

Ci sono stati tanti figli e nipoti: ognuno ha vissuto il proprio cammino fatto di gioie e sventure, come capita a tutti. Le strade si sono allargate e le distanze sono aumentate.

C’è poi Mercedes e la sua volontà di ritornare a quella Puglia da cui era partita, di ritornare ai luoghi della sua memoria e ai gesti di quei nonni che l’hanno amata.

In quella terra così speciale, Mercedes è chiamata a vivere uno dei momenti più difficili della sua vita quando la sua seconda figlia corre il rischio di morire.

Tutto sembra condurre a una tragedia. Il coraggio di un giovane medico cambierà il corso degli eventi e consentirà lentamente a Mercedes e alla sua famiglia di ritrovare il respiro e il sorriso.

In quella terra che l’ha riaccolta, riascoltando vecchi rumori e ritrovando antichi sapori, Mercedes comprende, forse, che, tragedia nella tragedia, sarebbe perdere per sempre il proprio passato e le proprie radici e che, il rischio corso e il dolore vissuto, la chiamano a un inizio, a un nuovo racconto, a una nuova voglia di vivere che sappia anche dare voce a chi, in un modo o nell’altro, ha costruito la nostra storia.

Donatella Schisa
Il posto giusto
L’Erudita, 2017
€ 16,00, pagine 174

 

IO LEGGO/15: ACQUE TORBIDE

Monica Florio: Acque torbide

di Antonio Fresa

Ci vuole misura e serve attenzione per narrare una vicenda di pedofilia e di confusione affettiva e familiare.

Ci vuole una scrittrice come Monica Florio che, forte delle precedenti prove narrative già incentrate su temi complessi e attualissimi, usa le sue parole con misura e, diremmo, con rispetto per i suoi stessi personaggi e per i sentimenti dei giovani ragazzi coinvolti, loro malgrado, nelle torbide trame che adulti senza scrupoli e freni vanno intessendo.

La vicenda narrata in Acque torbide appare nelle pagine iniziali come l’analisi di una famiglia come tante; una famiglia all’apparenza felice, con i soliti problemi legati alla crescita di figli adolescenti che si avviano a cercare un proprio posto nel mondo e due genitori che sembrano non avere ben chiaro il ruolo che sono chiamati a svolgere a proposito dei propri figli.

La storia è in realtà molto più complessa e fa risaltare, pagina dopo pagina, il lato più oscuro e invadente delle possibili relazioni fra adulti e giovani.

Una storia forte, narrata con il garbo e la compostezza di una scrittrice matura, che sa guidare il lettore su di un terreno scivoloso, senza eccessi verbali o stilistici.

Le “acque torbide” di Monica Florio ci costringono a fermarsi e a porci inquietanti domande sulla nostra capacità di capire, seguire e ascoltare i nostri giovani adolescenti. Gli adulti che sono protagonisti di questa dolorosa vicenda sembrano aver smarrito, per motivazioni e inclinazioni diverse, ogni capacità di essere guida e punto di riferimento e si perdono in una miscela di narcisismo, perversione e leggerezza eccessiva.

Nei suoi ultimi romanzi Monica Florio ha descritto vicende che vedono come protagonisti giovani adolescenti alle prese con casi di bullismo, violenza e altre situazioni complesse; con una sensibilità sempre più calibrata e con abilità nella costruzione della vicenda, la scrittrice napoletana è andata costruendo un’analisi sempre più complessa su alcuni mali del nostro tempo.

Con eleganza e senza nascondere, Monica Florio non asseconda gli aspetti scabrosi o perversi che pure potrebbero presentarsi e guida invece il lettore alla conoscenza di dinamiche, relazioni di potere e di affetto che spesso fatichiamo a mettere a fuoco.

Il vero protagonista di questo romanzo è, in effetti, Michele un ragazzotto non proprio in forma e con gli occhiali.

Con quel misto di crudeltà e simpatia che si può avere a una certa età, Michele è detto Polpetta dai suoi coetanei.

Michele vive, come dicevamo prima, in una famiglia che sembra serena e tranquilla; legatissimo alla sorella Valentina, ne segue con simpatia le smanie da adolescente alla scoperta della vita e dei primi amori. 

La casa è elegante e accogliente e tutto sembra scorrere sui normali binari di una vita incentrata sul lavoro, sullo studio e su qualche svago legato allo sport, al nuoto in particolare.

In realtà le acque si agitano e si fanno sempre più torbide e i ruoli, le responsabilità, le attese si confondono con esiti devastanti.

Mauro è l’avvenente e atletico istruttore di nuoto che nutre un’insana passione per Valentina – che ha appena quindici anni – e che saprà guadagnarsi, per ragioni diverse, la fiducia del padre e della madre della ragazza.

I due genitori sono distratti e non attenti ai pericoli che la figlia corre.

La madre di Valentina, stanca della sua vita matrimoniale e alle prese con un marito che si dedica con fin troppa passione a una sua assistente, avvia una relazione con Mauro senza rendersi conto che l’uomo la usa per trovare sempre più spazio nella vita della ragazza.

Insomma la vicenda si fa sempre più complessa e scabrosa, con il rischio di vedere emergere una gelosia devastante.

Mauro è un uomo contorto e dal passato poco chiaro e lineare, che cerca di irretire Valentina nella sua tela perversa.

Michele, con la sua intelligenza e la sua disperazione per la sorella, è l’unico a non farsi confondere da Mauro; l’unico a comprendere le vere intenzioni dell’uomo; l’unico capace di difendere davvero la sorella e la famiglia.

Insomma Michele, nella sua semplicità e nella sua gioia di vivere, è l’unico a restare – come si dice – con i piedi per terra e capire la reale natura delle attenzioni di Mauro per Valentina.

Il padre e la madre sono, ognuno a suo modo, persi nei sogni che non vogliono rinunciare ad avere; Valentina è travolta da quella che sembra la passione potente di un uomo che tutte desiderano.

Michele è lì, davvero forte per la sua semplicità; davvero forte perché non travolto dal suo narcisismo; non travolto dalla cura dell’immagine, del vestire, dell’apparire. Michele, nella sua capacità di essere ciò che è, senza troppi imbarazzi e senza troppe rinunce, saprà essere il vero punto di riferimento per la sua famiglia.

Le sorprese e i colpi di scena non sono finiti, ma non sveliamo le successive evoluzioni che la vicenda conosce con soprese e nuove paure da comprendere.

Monica Florio
Acque torbide
CentoAutori, 2017
Pagine 190; € 12,00

IO LEGGO/14: JEAN-CLAUDE IZZO

La biografia di Stefania Nardini e la trilogia di Fabio Montale

 

Nella biografia che Stefania Nardini ha dedicato allo scrittore marsigliese, questa fascinazione è esplorata in tutta la sua potenza e, oseremmo dire, quasi senza ritegno.

Tra l’autrice e il lettore si stabilisce, allora, una sorta di complicità, e la Nardini si presenta a noi come guida, per farci rivedere con i suoi occhi tante immagini e colori che la lettura delle opere di Izzo ci aveva regalato e ci aveva fatto immaginare.

La Nardini ammette, infatti, che la sua permanenza marsigliese alla ricerca di Izzo si è dilatata oltre le attese, e questa sua ammissione ci coinvolge, ci avvicina e ci fa sentire uniti in un’opera che già sappiamo impossibile: definire un personaggio come Izzo; definire una città come Marsiglia.

Marsiglia non è una città per turisti, ci ricordava Izzo.

Marsiglia è una città di mare che ha realizzato nei secoli continui esperimenti di convivenza fra i popoli del Mediterraneo.

Lingue, musica, sapori si sono mescolati nel reticolo della città vecchia come per l’intervento di un saggio alchimista.

Il sole e il mare hanno fatto macerare insieme piante, piatti, dialetti e costumi originando una miscela unica e fragile.

L’equilibrio di Marsiglia è stato precario e miracoloso e si è sconvolto quando la storia della città non è stata più rispettata.

A Marsiglia giunge Gennaro Izzo, il padre di Jean-Claude, provenendo da un paesino della Campania. Per sempre unite, Napoli e Marsiglia creano i nabos.

Sempre aperta all’arrivo di stranieri, Marsiglia è la città dei rital, cioè dei figli d’immigrati. Marsiglia accoglie tutti e tutti ammalia.

Marsigliesi si diventa, potremmo dire.

Questa Marsiglia così complessa e sul punto di scomparire diventa lo scenario dei capolavori di Izzo.

Il personaggio più noto di Izzo è sicuramente Fabio Montale che possiamo seguire nelle opere della trilogia che lo vede protagonista. Montale si muove per le strade di Marsiglia e ce ne mostra le bellezze e le aree più a rischio.

Non è utile ripercorrere qui tutta la bibliografia di Izzo e possiamo quindi rinviare al testo della Nardini.

Di sicuro possiamo però segnalarvi il volume delle edizioni e/o che comprende Casino Totale, Chourmo e Solea, la cosiddetta trilogia di Fabio Montale: una lettura che v’introdurrà ad un noir che sa anche essere letteratura senza se e senza ma, senza generi, senza limiti. Un’esperienza di lettura che vi farà scoprire l’amara bellezza di un mondo complesso e di un personaggio che non potrete dimenticare.

 

Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese
Stefania Nardini
Edizioni e/o, Pagine 144, € 15,00
Casino Totale – Chourmo – Solea
La trilogia di Fabio Montale
Jean-Claude Izzo
Edizioni e/o, Pagine 692, € 19,50

IO LEGGO/13: BLUES PER CUORI FUORILEGGE E VECCHIE PUTTANE

Massimo Carlotto: Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane

di Antonio Fresa

 

In Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane tornano in azione i nostri “eroi”, dopo una pausa mal sopportata da tutti gli appassionati lettori dei romanzi di Massimo Carlotto.

Marco Buratti, Max la Memoria e Beniamino Rossini inseguono se stessi, indagando sul mondo che sprofonda e perde ogni possibile regola.

In una realtà senza regole e senza alcuna fiducia nel futuro, Buratti, Max e Beniamino sono “eroi” che, pur avendo vissuto sul piano individuale tutte le possibili sconfitte e disillusioni, hanno ancora forte il senso della loro amicizia.

Il rispetto degli altri, malavitosi in genere, l’hanno guadagnato sul campo perché sono rimasti gli unici a rispettare una qualche regola di comportamento.

Per chi non appartenesse ancora alla compagnia dei lettori di Carlotto, è bene ricordare che Marco Buratti è un investigatore senza licenza che indaga e agisce con il supporto di Beniamino Rossini, “vecchio contrabbandiere” la cui fama non è stata mai oscurata dall’inganno o dalla delazione, e di Max la Memoria, archivista dei delitti e della malavita internazionale.

Buratti, Rossini e Max hanno la consistenza dei “relitti” di un’epoca che tramonta e agiscono, ancora e comunque, nel rispetto di regole che sentono necessarie a distinguere i “buoni” dai “cattivi”.

I loro metodi non sono ortodossi e neppure legali; eppure nel loro agire resta la traccia di una sorta di nostalgia per una giustizia tradita, per un’onestà creduta possibile, per un’utopia pensata come raggiungibile.

I nostri eroi credono ancora, ognuno con una strada diversa, nell’amore, nei perduti amori o nei possibili amori.

I nostri eroi conoscono tutto il marcio del mondo e degli uomini, e sanno affrontarlo con durezza, cattiveria e violenza; eppure portano nei loro sguardi, nelle loro parole e nelle loro scelte l’impressione che il mondo potrebbe anche essere diverso, almeno per un poco, almeno per un sogno, almeno per un ricordo, almeno per una canzone, almeno per l’ultimo bicchiere.

In questa commistione è sempre emersa, nelle storie fin qui narrate, la struggente capacità narrativa di Carlotto nel tenere insieme dolore e schifo, violenza e amore.

Nei suoi romanzi, attraverso personaggi unici e scolpiti con sapienza, Massimo Carlotto si è assunto, ben prima della sociologia e della cronaca, l’onere di guidarci nelle mutazioni antropologiche di un paese che ha subito in pochi anni uno stravolgimento irreversibile.

Esageriamo per intenderci e speriamo che l’autore non ce ne voglia: la caduta del Muro di Berlino, salutata da molti come la vittoria del capitalismo, avrebbe dovuto indurre a un’analisi più attenta della nuova realtà storica ed economica.

L’ebbrezza per le celebrazioni del dio denaro/mercato ha accomunato i popoli dell’Est alla ricerca di una nuova ribalta e quelle regioni d’Italia che da poco avevano dimenticato la loro originaria povertà. In questo incontro/scontro tutto è cambiato e tutto risponde a una sola legge: quella della corruzione, economica, morale, politica.

Ognuno ha il suo prezzo; ognuno ha il suo vizio che lo rende ricattabile; ognuno ha un’ambizione che richiede mostruosi alleati.

Ecco il mondo che Carlotto ha narrato nei romanzi dedicati all’Alligatore e alle attività di Giorgio Pellegrini, un uomo complesso e contorto, che si muove nel confine labile tra i servizi segreti e la malavita organizzata.

Una vicenda complessa, una trappola da evitare e qualche nuova storia da iniziare: ancora una vola Carlotto sa trovare l’equilibrio giusto per offrirci una lettura che toccare il lettore.

Massimo Carlotto
Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane
edizioni e/o, 2017
pagine 224; € 16,00

IO LEGGO/12: NIGHTHAWKS

Nicola Mariuccini: Nighthawks

di Antonio Fresa

 

Ci sono cocktail e cocktail si potrebbe dire, con una certa aria da avventori navigati di un locale amato per lungo tempo.

Ci sono barman e barman, potrebbe allora aggiungere qualcuno.

Ce ne sono di abili e creativi che sanno leggere negli occhi dei loro clienti.

Usano, questi artisti del mescere, un’arte antica che è fatta di attenzione all’umanità dei loro clienti: un passaggio breve a scrutare l’abbigliamento; un’attenzione vigile alla postura; una certa inclinazione a cogliere i lampi nello sguardo.

Ogni vero autore di cocktail sa essere a un tempo psicologo, sociologo, esperto della comunicazione e soprattutto empatico e accogliente.

Caetano, il protagonista di questo romanzo, è un barman che sa ascoltare, attendere e, soprattutto, consigliare il giusto incontro fra sapori ed emozioni.

Nel locale di Caetano, il Nighthawks appunto, Nicola Mariuccini costruisce incontri e dialoghi serrati, per farci scoprire i suoi personaggi che s’incontrano per pochi minuti o per costruire legami profondi.

Il quadro di Hopper, richiamato nel titolo, è forse quello più celebre dell’artista americano e offre, fin dal suo apparire nel ormai lontano 1942, un’atmosfera rarefatta e sospesa, con un effetto di luci che tiene insieme la solitudine dei protagonisti e il loro bisogno di andarsi ancora incontro, di dirsi ancora una parola, d’esercitare il proprio fascino e illudersi almeno di una possibile compagnia.

Un locale che si riempie di avventori silenziosi o desiderosi di fare quattro chiacchiere; un barista che sa offrire il cocktail giusto per ogni momento.

Ci troviamo a Monsaraz, in Portogallo, in una nazione ancora alle prese con la memoria del proprio recente passato.

Il Portogallo con la sua storia ancora recente piena di violenza; la vita di un uomo che, nell’apparenza della sua tranquillità, nasconde intrighi di vario livello; donne segnate per sempre da incontri con uomini senza amore vero: una galleria di personaggi, tanti ingredienti ben calibrati per questo cocktail da definire con un solo nome, Nighthawks.

Nicola Mariuccini, con una “ragnatela” intessuta con una fitta trama di dialoghi, ci introduce a una sequenza di eventi che possono mettere in forse anche le vite apparentemente più solide.

Il Nighthawks deve la propria fama alla volenterosa opera di un barista che insegue un sogno.

Le porte si aprono e la gente entra per fare i conti con i propri incubi notturni o con i sogni che non sempre trovano forza.

Alcuni avventori sono abituali fino al punto da creare una piccola comunità che trova il suo centro nella “filosofia” del drink: con gli occhi abbassati si sorseggia nel silenzio, scrutando il liquido che ci tiene compagnia; con gli occhi ben alzati si può ammirare la bellezza di una donna perduta o presente e incontrare gli altri, come amici per un tratto di strada, o come nemici da eliminare o evitare.

E così le serate passano, aggiungendo dettagli a dettagli, costruendo un quadro sempre più nitido dei personaggi che Mariuccini ci fa incontrare.

La realtà mostra crepe sempre più evidenti e tutto quello che sembrava chiaro, assume un tono diverso.

Il romanzo è tutto costruito da dialoghi diretti, senza alcun intervento a descrivere o commentare. E’ una tessitura di voci, di rimandi, di richiami; è una tessitura che vuole restituire il “sonoro” di personaggi che s’incrociano per bere qualcosa, di volti che si scrutano, di attese che si fanno pressanti. Una parola dopo l’altra, una conversazione dopo l’altra i personaggi si presentano nelle parole di chi siede appena accanto.

Nel finale del suo romanzo Mariuccini, uscendo infine dal chiuso del locale, ci ricorda con pochi tocchi e le giuste osservazioni dei protagonisti che la vita continua e che tanti ancora proveranno a inseguire i propri sogni. E’ tempo di andare, si direbbe; è tempo di uscire all’aperto e inseguire ancora qualche sogno.

 

Nicola Mariuccini
Nighthawks
Castelvecchi, 2017
Pag. 134; € 16,50