PAGANI: PRESENTAZIONE DEL ROMANZO “GLI OCCHI LUCIDI”

Presso il Caffè Letterario in Piazza S. Alfonso a Pagani il 1 dicembre 2017 alle ore 18.00 presentazione del libro “Gli Occhi Lucidi”, romanzo scritto dallo speaker radiofonico e presentatore, Maurizio Schettino, edito da Print Art Edizioni di Massimo Boccia. Le passioni, le ambizioni, le difficoltà di una vita che spesso costringe ad essere vittima di una situazione che non è quella a cui si aspira. Questo e molto altro al centro della vicenda del protagonista, Marco, all’interno di una storia che potrebbe essere quella di chiunque, in cui vi sono tutti gli elementi di una quotidianità spesso difficile da affrontare, divisa tra un lavoro malpagato, le ossessioni di una famiglia e l’amore che sembra essere l’unica via d’uscita. Marco però dovrà fare i conti con una società generazionale votata sempre di più allo sballo e agli eccessi, che fa apprezzare solo in seguito, con “gli occhi lucidi”, ciò che si è perso. Reduce dalla produzione del suo terzo ed omonimo cortometraggio, l’autore sottolinea che, nel caso del romanzo, si tratta di una storia che gode di una sua autonomia.

“Seppur vi sia una somiglianza evidente nel titolo, il racconto narrato presenta una sua contestualizzazione distante dalle immagini dell’audiovisivo. A tal proposito, l’articolazione della vicenda catapulterà il lettore in un vortice di emozioni, tanto da sentirsi parte attiva del vissuto del protagonista, sino ad identificarsi con il medesimo”, con queste parole Schettino descrive la sua prima opera editoriale alla vigilia di una serie di presentazioni in cui, in maniera dettagliata, sarà descritto l’iter di realizzazione del romanzo, in riferimento anche ai motivi alla base del tema trattato.

Le prime presentazioni hanno già riscosso un particolare successo in termini di presenze e consensi intorno al romanzo.Per tutte le informazioni sulle prossime presentazioni, è possibile consultare la pagina ufficiale Facebook, digitando: “Gli Occhi Lucidi”, costantemente aggiornata sulle iniziative inerenti il testo.

 

IO LEGGO/10: FIGURINE

Silvano Calzini: Figurine

di Antonio Fresa

Le figurine dei calciatori fanno parte, senza dubbio alcuno, della nostra storia nazionale e sono state compagne di vita e di gioco di generazioni intere.

Chi non ricorda la trepidante attesa nell’aprire la bustina per cercare la figurina mancante?

Chi non ha indossato almeno per una volta i panni dell’abile commerciante per scambiare figurine fin troppo diffuse per giungere in possesso di quella introvabile che impediva di completare la raccolta?

Direttamente o per vie traverse, le mitiche figurine ci hanno accompagnato in un’epoca in cui il calcio non aveva tutto il supporto delle immagini di oggi.

C’erano le figurine e c’era il racconto delle partite: da sempre si può dire, c’è stato un magico incrocio fra scrittura e immagine.

Lasciando libero spazio all’immaginazione, e usando gli ingredienti in maniera creativa, Silvano Calzini ci offre un “gioco” nuovo e ci regala uno stimolo.

“Cinquanta grandi scrittori raccontati come assi del pallone”: brevi, veloci biografie che mostrano gli “eroi” della parola come “eroi” del campo.

In che ruolo avremmo collocato Nabokov o Pasolini? Che carriera avrebbe fatto Bianciardi? Quali gesta hanno reso immortale Borges?

Mille domande e mille trovate di genio quelle di Calzini.

Come dimenticare la coppia di terzini composta da Fruttero e Lucentini? Come non sorridere quando Moravia è ricordato come “er Garincha de noantri”?

Da sempre le parole ci hanno fatto sognare il rotolare di un pallone verso una rete. E seguendo il pallone, Calzini osa e spinge le parole oltre il limite della loro possibilità.

Che cosa accade se usiamo le parole e le definizioni che gli scrittori inventarono per celebrare il calcio, per raccontare, ribaltando il flusso e risalendo la corrente, gli scrittori stessi? 

Come racconteremmo la vita di cinquanta autori di successo? Quale formazione comporremmo con i nostri miti letterari?

Antonio D’Orrico scrive nella sua postfazione: “Quanta sapienza calcistica e quanta sapienza letteraria Calzini riversa nelle sue figurine!”.

L’incrocio fra letteratura e calcio è ormai consolidato: grandi scrittori hanno narrato, in maniera diretta o indiretta, dei fatti calcistici e degli eroi che hanno calcato il prato verde.

Il terreno di confine è stato poi occupato, e spesso con notevoli risultati, da grandi giornalisti che hanno saputo creare definizioni mai tramontate.

L’eredità di Gianni Brera, per citare uno degli esempi più noti e riusciti, sta anche in un certo modo di guardare al calcio, tenendo uniti l’entusiasmo e il disincanto; l’amore e un leggero sospetto; la serietà e l’ironia tagliente.

Nel caso di Brera e di altri, verrebbe da dire che, al guizzo del campione sul campo, corrisponde la trovata dell’uomo di penna: l’uno segna o realizza l’assist perfetto (gli abatini dai piedi eccellenti); l’altro pennella con la parola e crea definizioni che reinventano il mondo del calcio, mostrandolo sotto un’altra luce, sotto un’altra voce.

Altre voci e altre penne hanno saputo raccontare il calcio, e ci sia lecito qui immaginare quali formazioni di calciatori/scrittori avrebbero proposto Edmondo Berselli e Beppe Viola.

Figurine
I grandi scrittori raccontati come campioni del pallone
Silvano Calzini
Ink, 2015
Pagine 152 , € 12,00

IO LEGGO/9: MUSONIO L’ETRUSCO

Musonio l’Etrusco

di Antonio Fresa

 

Questa volta vi proponiamo una ricerca filosofica che ha però in sé la passione di un romanzo e la suggestione di temi universali che possono offrirci spunti anche nell’oggi.

Luciano Dottarelli ci aiuta a conoscere la vita e il pensiero di Gaio Musonio Rufo, detto l’Etrusco. Nella Roma di Nerone, la ricerca della libertà nella saggezza filosofica  ci stimolano a comprendere quest’originale autore che riprende, almeno in parte, la filosofia dell’età ellenistica.

Il testo che Luciano Dottarelli dedica a Gaio Musonio Rufo, detto l’Etrusco, appare particolarmente prezioso e riuscito per almeno tre ragioni: un’utile ricostruzione del clima filosofico che si diffonde nell’età ellenistica; un’appassionata analisi delle informazioni in nostro possesso su Musonio; un’attenta analisi del suo pensiero che alterna tratti di assoluta novità con elementi ripresi dalla scuola stoica. 

Il testo ci propone un resoconto delle vie di pensiero legate all’ellenismo e alla scomparsa della centralità politica della Grecia classica.

Epicureismo e stoicismo si affermano più propriamente come scuole filosofiche con una tradizione che si va consolidando e stratificando. Lo stoicismo, per una serie di ragioni che Dottarelli ricorda e rilegge, si propone come un’impostazione più duratura nel tempo e più disponibile, nelle sue tematiche e nelle sue attese, a lasciarsi catturare dai bisogni filosofico-esistenziali del mondo romano (Epitteto, Seneca, Marco Aurelio).

L’epicureismo risentirà spesso di fraintendimenti, non sempre giustificabili e in parte volontari, generati dalla diffidenza romana e dalla visione cristiana.

Lo scetticismo si propone, per completare il quadro delle filosofie dell’età ellenistica, non tanto quale compiuta scuola; esso appare piuttosto come uno stile o un’impostazione di pensiero che, come un fiume carsico, si ripresenta, con alterne fortune, lungo il corso della storia della filosofia.

Non è qui possibile ripercorre i documenti e le fonti che l’autore mette a disposizione del lettore per rendere chiari i legami fra la concezione religiosa propria degli etruschi e l’incontro con la tradizione dello stoicismo.

La vicenda di Musonio appare rilevante quando la si contestualizza negli anni del principato di Nerone e la s’incrocia con altre vicende che coinvolgono gli oppositori dell’imperatore.

Per una serie di vicende storiche, che è davvero impossibile qui ricostruire, le filosofie dell’età ellenistiche, con il loro carico di drammatico smarrimento, si rendono disponibili a una nuova vita tra le incertezze, gli eccessi e i malumori della Roma imperiale.

Musonio, un possibile “Socrate romano”, è testimone privilegiato di quel difficile rapporto fra filosofi e potere politico, uno degli aspetti più interessanti e complessi della storia della filosofia.

La dialettica fra impegno nella politica e nella gestione della cosa pubblica e la ricerca di una “distanza di sicurezza” dal potere politico è un aspetto essenziale per comprendere le diverse epoche, nelle loro inclinazioni alla libertà o al dispotismo (anche illuminato o “soccorso”).

La vicenda di Musonio, costretto all’esilio e poi ai lavori forzati, ma orgoglioso difensore della propria dignità umana, espressa nella fedeltà al proprio destino, aiuta a capire il successo dello stoicismo e il suo fondersi e con-fondersi con l’etica romana e con quella cristiana.

In quest’epoca di crisi, cioè un momento storico di passaggio che mette in discussione tutti i paradigmi e le categorie che ci avevano fatto da supporto nel vivere e progettare, può essere particolarmente interessante riflettere su alcuni passaggi della storia della filosofia.

Senza la presunzione di avventurarsi in ricostruzioni, anche soltanto parziali, del pensiero hegeliano o vichiano, è possibile raccontare il passaggio filosofico fra le varie epoche e culture come l’alternarsi fra lunghi rettilinei e stretti tornanti: i primi ci direbbero qualcosa dei momenti che possono apparire come stabili; i secondi potrebbero, invece, aiutarci a comprendere i mutamenti.

Proseguendo, non senza evidente rischio, in questa semplificazione, l’incontro tra la tradizione filosofica greca e quella più propriamente romana, offre numerosi spunti di riflessione e di complessità.

Si è chiamati a indagare anche il rapporto con il Cristianesimo e il suo dotarsi di uno strumentario filosofico ove, ai tratti innovativi e originali, si alternano la ripresa e la rilettura di una tradizione già consolidata.

In questi momenti di radicale trasformazione della società e delle strutture di potere, emergono personaggi che, pur potendo apparire come minori, sono capaci di restituirci pienamente lo spirito del tempo e di affrontare il drammatico rapporto con un potere politico spietato e violento.

Tanti altri temi sarebbero da trattare, ma li lasciamo alla curiosità del lettore.

 

Luciano Dottarelli
Musonio l’Etrusco
La filosofia come scienza di vita
2015, Annulli Editori
Pagine 176, € 10,00

IO LEGGO/8: ADDIO A BERLINO

Addio a Berlino

di Antonio Fresa

 

Questo davvero è  il caso di Addio a Berlino, il libro di Cristopher Isherwood che, come vedremo di seguito, ha avuto un grandissimo successo e numerose riletture fin dalla sua uscita.

La sua stessa struttura e natura – il diario di un osservatore straniero nella Germania che si avvia verso l’avvento del nazismo – hanno incuriosito e attratto i lettori per un alto valore letterario, ma anche per il suo essere un’occasione importante per riflettere sulla “resistibile” ascesa della dittatura e sulla caduta della Repubblica di Weimar.

Per porre in primo piano la rilevanza di questo “diario berlinese”, è sufficiente indicare le date entro cui si colloca la sua stesura: autunno 1930 – inverno 1932/33.

Uno sguardo che cade sulla città di Berlino e vaga per mettere a fuoco personaggi apparentemente lontani e separati.

Si va, infatti, da un’eccentrica, anziana affittacamere alla sensuale Sally Bowles, aspirante attrice un po’ svampita, a Otto, ombroso proletario diciassettenne, a Natalia Landauer, rampolla di una colta famiglia ebrea dell’alta società.

Sono tutti personaggi coinvolti in quella che Isherwood definisce la prova generale di una catastrofe, che si muovono tra cabaret e caffè, tra case signorili e squallide pensioni, tra il puzzo delle cucine e quello delle latrine, tra file per il pane e manifestazioni di piazza, tra crisi economica e cupa euforia.

Tutti, proprio tutti, saranno coinvolti – a diverso titolo e con ruoli differenti – nella resistibile ascesa del nazismo.

Le osservazioni e il racconto ci proiettano, quindi, nel pieno dell’ascesa del nazismo in un paese – la Germania – che dopo la catastrofe del primo conflitto mondiale e i punitivi trattati di pace, con l’avvento della Repubblica di Weimar e il lento mutare delle relazioni internazionali, sembrava in grado di voltare pagina in senso politico ed economico.

Le conseguenze della “grande crisi” del 1929 non tardano a farsi sentire e a innescare i processi che consentiranno, in pochissimi anni, l’ascesa di un dittatore come Hitler.

I fattori da analizzare sono – ovviamente – assai più vasti e compositi di quelli didascalicamente enunciati in questa sede.

Se è lecito ancora un riferimento, che potrebbe tornare utile in sede di approfondimento e per lo studio, è bene sempre riconsiderare la diversità nelle vicende che portano il fascismo al potere in Italia e il nazismo al potere in Germania.

Si riscontrano, infatti, nella pur necessaria volontà di analizzare nel complesso la definizione dei cosiddetti “totalitarismi”, una generalizzazione e una sovrapposizione che, collocando in primo piano la definizione del fenomeno generale, lasciano non sufficientemente espresse e dichiarate le dinamiche storiche che pure hanno prodotto i singoli eventi della storia.

La Germania si avvia alla sua tragedia e lo spirito tedesco sembra impregnato – come ha ricostruito uno storico attento come Walter Laqueur nel suo lavoro dall’ovvio titolo La Repubblica di Weimar (forse è in questo caso più rilevante il sottotitolo di un’edizione italiana dell’opera: Vita e morte di una società permissiva) – di una voglia di sopravvivenza generata dalla sconfitta nella prima guerra mondiale e da una sorta di smania a smarrirsi in un ottimismo senza basi.

Il motto che può sintetizzare lo stato d’animo di una parte dei tedeschi è ripreso, nella ricostruzione dello storico, dall’opera dell’umanista rinascimentale tedesco, Ulrich von Hutten: Es ist eine Lust zu leben (E’ una gioia essere vivi).

La gioia di essere sopravvissuti alla sconfitta non lascia intravedere la catastrofe che sopraggiunge.

Le pagine di Isherwood descrivono la stessa imbarazzante e inconsapevole attesa di una vita spasmodica capace di portare futuri successi che non hanno, però, alcuna base.

Addio a Berlino
Christopher Isherwood
Adelphi, 2013
Pagine 252, € 18,00

 

IO LEGGO/7: IL SORCIO

Il Sorcio

di Antonio Fresa

 

Piccola premessa

Questo romanzo di Simenon espone gli amanti dello scrittore belga a un’esperienza davvero particolare: questa non è un’inchiesta legata al famoso Commissario Maigret; questa è, però, una vicenda che del commissario conserva moltissimi elementi.

L’abilità di Simenon nel ricreare le atmosfere parigine care ai suoi lettori riesce a trasformare un’assenza in una presenza, in un fantasma che aleggia sulla storia con la sua pipa e il suo cappottone.

Il commissario Maigret non prende parte alla vicenda. I luoghi, i personaggi, i metodi sono però i suoi: collaboratori, odori, sapori, strade, locali pubblici di quella sua Parigi che sembra così unica e così banale a un tempo.

Come sempre nelle pagine di Simenon pochi tratti e poche parole riescono a restituire un’atmosfera, la costanza dei luoghi e il brulicare della vita: folla tanta e solitudine estrema che si sfiorano lungo le strade parigine dove si vive insieme senza quasi vedersi.

Lognon, Lucas e altri poliziotti sono quelli che, in molte occasioni, fanno da collaboratori o informatori del commissario e ci attenderemmo da un momento all’altro la sua apparizione con il tipico incedere e il fumo della sua pipa.

“Un Maigret senza Maigret” è stato definito questo romanzo, perché lo stile e le regole narrative sono quelli tipici delle inchieste più celebri.

La vicenda e il protagonista

Il Sorcio è un barbone gentile e quasi signorile che sbraca il lunario grazie ad un ampio repertorio di frasi batte, battute e facezie che gli conquistano la simpatia di quelli che si muovono in una Parigi fatta di teatri e locali all’aperto.

Il Sorcio, come ormai lo chiamano tutti gli agenti in servizio nei quartieri dove si sposta, passa la maggior parte delle sue notti nelle celle dei commissariati che sono diventati una sua seconda casa. Lo conoscono tutti e tutti lo tollerano ormai quasi con simpatia.

Nel suo passato c’è tutto un altro tipo di vita e nel suo agire c’è una sorta di malinconica accettazione del presente.

L’antagonista

In questa storia, almeno fino a un certo punto, il suo rivale è lo Scorbutico. Con questo soprannome non proprio lusinghiero, il Sorcio è solito riferirsi all’ispettore Lognon, un uomo cupo e chiuso, che non ha mai raggiunto gradi più alti nella gerarchia della Polizia parigina.

Il caso porta il Sorcio a ritrovare un’ingente somma di denaro e a poter quindi sognare una vecchiaia diversa e senza affanni. Il Sorcio non sa che dietro questo fortuito caso si cela un delitto eccellente che lo proietterà al centro di una vicenda pericolosa e più grande di lui.

Il caso è troppo grande anche per l’ispettore Lognon che è il primo a rendersi conto della complessità delle cose e che vedrà in quell’inchiesta la grande occasione della sua carriera.

Due uomini ai margini, due uomini che vorrebbero cambiare il proprio destino si ritrovano al centro di una vicenda che non li aveva previsti e non li aveva convocati: l’uno e l’altro affronteranno un piccolo calvario per sopravvivere agli eventi.

Infine due uomini che sembrano, in modi diversi, essere complementari e contrapposti al più noto personaggio di Simenon, quel commissario Maigret che continua ad aleggiare in queste pagine.

Un barbone e un ispettore; un senza tetto e senza casa; un ispettore che non sa risolvere gli enigmi del crimine: Maigret è, invece, in qualche modo casa, regolarità, serena convivenza familiare con la moglie, semplicità domestica, ma è anche un giovane ispettore che ha saputo raggiungere da uomo adulto l’ufficio più importante della Polizia giudiziaria di Parigi.

 

Georges Simenon
Il sorcio
Adelphi, 2017
€ 18,00, pagine 155

 

IO LEGGO/5: LA TRADUZIONE

La traduzione

di Antonio Fresa

 

Ci sono libri che ritornano nella memoria e che meriterebbero una maggiore attenzione. Tra questi, sicuramente, vogliamo ricordare La traduzione di Silvano Ceccherini, uno scrittore anomalo con una complessa vicenda personale.

Qualche anno fa è apparsa una nuova edizione del suo romanzo dedicato all’esperienza del carcere e alla fatica di cercare nella scrittura una sorta di riscatto. Sono ormai passati più di cinquant’anni dalla stagione del suo primo successo e La traduzione, è stata ripubblicata dalle edizioni elliot nel 2013.

Il romanzo di Silvano Ceccherini conobbe un rilevante successo al suo apparire nel 1963, anche per l’indubbia forza della storia narrata.

Ceccherini, segnato da una lunga condanna al carcere, si avvicinò alla letteratura quasi cercando un riscatto umano e morale, colpì, secondo una formula all’epoca abbastanza diffusa, la critica e il pubblico.

Per comprendere il favore con cui fu salutata la pubblicazione, bastano le parole di Alessandro Galante Garrone per La Stampa: “E’ un libro eccezionale non tanto per il fatto, già di per sé singolarissimo, che l’autore è carcerato egli stesso da quasi vent’anni (e palesi e frequenti sono gli spunti autobiografici), quanto per la testimonianza che esso ci offre di una caparbia, miracolosa volontà di sopravvivere, di preservare e affinare la propria intelligenza, di farsi scrittore di espandersi e rilevarsi in un parlar vero di cose umane. Anche Olgi, il protagonista del racconto, ha la passione dello scrivere e sa che la sua opera è l’unica cosa bella che uscirà da questa sua vita, come un fiore da un letamaio”.

Altri letterati e scrittori famosi si espressero sul lavoro di Ceccherini.

Carlo Cassola fece giungere il romanzo nelle mani di Giorgio Bassani che, commentando il romanzo, affermò: “Non abbiamo mai avuto molta fiducia nella letteratura dei non letterati, ma una volta tanto abbiamo avuto torto, torto marcio”.

Ceccherini è stato presentato da alcuni come il “Jean Genet italiano” per le esperienze di vita che in qualche modo lo accomunano allo scrittore francese. Ceccherini scontava in carcere gli ultimi mesi della sua condanna quando La traduzione, il suo primo romanzo, fu pubblicato da Feltrinelli.

La traduzione, nel freddo linguaggio della burocrazia carceraria, è un momento di passaggio e di sospensione che porta il detenuto da un carcere all’altro.

Lo spostamento può essere anche lungo e conoscere tappe numerose e rilevanti.

S’incontrano tanti altri detenuti in transito da un luogo all’altro o stabili nelle singole prigioni attraversate.

A ben guardare, nel racconto di Ceccherini, in fondo, la traduzione è quasi un momento positivo, perché concede almeno la sensazione dell’uscita dalla pesante vita quotidiana del carcere.

Il poco di mondo intravisto dal vagone, le parole ascoltate qui e lì, i vizi di un’umanità sempre dolente, i dibattiti tra chi ha ancora pochi mesi da scontare e chi ha ancora lunghi anni davanti, inducono Olgi Valnisi a riflettere sulla sua vita e sulla sua inesausta voglia di scrivere, raccontare, narrare.

Olgi Valnisi abbina la saggezza dell’uomo che ha già passato una lunga stagione in carcere alla disperazione di chi sente la vita sfuggire senza senso.

Ondeggia, Olgi Valnisi, tra il desiderio di morire (il suo cuore gli ha già giocato qualche brutto scherzo) e la voglia di vivere ancora.

Accetta Olgi Valnisi con bonomia e comprensione le bugie che i suoi compagni di viaggio devono raccontarsi per andare avanti e ammira chi, nel deserto del carcere, continua ad amare una persona o un sogno proiettandosi così oltre i limiti della propria cella.

La traduzione, dal punto di vista burocratico, è incompleta perché Olgi Valnisi muore lungo i binari della ferrovia, tra un treno e l’altro, tra un passaggio e l’altro, tra una frase e l’altra.

Muore sorridendo, convinto che il suo destino sia compiuto; sorridendo per la gentilezza e il rispetto che ha saputo donare all’ultima donna che ha incontrato, una giovane cameriera che serviva i carabinieri della scorta.

 


Silvano Ceccherini
La traduzione
Elliot, 2013
pp. 254, € 18,50

 

 

 

IO LEGGO: VIAGGIO NEL LABIRINTO CHIAMATO UOMO

Il peso dell’onore

di Antonio Fresa

 

L’abc della paura, Una sposa per l’altro, Torneranno a fiorire le margherite, sono i tre racconti che animano la raccolta di Stefano Ferrarese che qui proviamo a presentare almeno nelle sue linee essenziali. Non si tratta, lo dichiariamo fin da subito, di riassumere la trama o di svelarne i segreti; si tratta piuttosto di restituire, senza alcuna pretesa di una trattazione esaustiva, un’atmosfera generale che, pur nell’assoluta diversità delle trame, dei personaggi e delle vicende narrate, pervade la scrittura di Ferrarese.

Il lettore sappia, dunque, che non troverà in questa introduzione un riassunto o una disamina puntuale dei testi proposti. Il modestissimo compito di chi scrive è, piuttosto, la restituzione di un’esperienza di lettura che produce una forte impressione e una necessaria complicità.

Prima di analizzare l’atmosfera complessiva e lo stile dell’autore, offriamo per sommi capi una prima idea dei personaggi che il lettore incontrerà. La presentazione dei personaggi, almeno nelle loro linee generali, e rinunciando – consapevolmente – a restituirne tutta la complessità, ci sembra la strada più immediata per avvicinarci al testo, o almeno essa appare quella che più ci persuade.

Ci soffermiamo, per ovvi motivi, sui soli personaggi principali, quelli che nelle vicende sono in qualche modo chiamati a far “quadrare i conti” fra le proprie scelte individuali e quelle che il mondo circostante impone. Da dire ci sarebbe anche sui tanti personaggi che, solitamente e riduttivamente, si definirebbero secondari.

In effetti, richiamando la nostra necessità di scegliere una linea interpretativa che abbiamo dichiarato essere ben delimitata, è bene precisare che proprio nell’interazione fra i vari “tipi” umani proposti si gioca una delle principali qualità dei racconti che qui prendiamo in esame.

Personaggi minori che definiscono, in maniera impeccabile e ben soppesata, il complessivo quadro etico in cui si giocano le scelte dei protagonisti. Una certa tendenza a impadronirsi delle vite altrui e a sfruttarle per i propri fini soggettivi sembra unificare l’insieme dei comportamenti che questi personaggi secondari assumono, di volta in volta, nei confronti di quelli più rilevanti, giocando un ruolo a volte quasi tirannico e dispotico.

Se il tema generale è, infatti, quello dell’onore e del suo senso, la riflessione che s’insinua, come un fiume carsico, nelle parole di Ferrarese riguarda la libertà degli individui e i condizionamenti affettivi, storici e anche politici che tutti finiscono con il patire.

Come può ogni singolo individuo separare la propria storia personale da quella familiare o dalla “grande storia” (quella con la S maiuscola) che tutto e tutti sembra travolgere? Come possono i singoli individui non sentirsi risucchiati nel vortice del proprio tempo con i suoi condizionamenti e con le sue pretese?

L’onore, com’è trattato da Ferrarese, costituisce una sorta di ancoraggio al destino che, mentre definisce e scolpisce i ruoli che ognuno può interpretare, imprigiona in un solco e in una prospettiva.

I personaggi di Ferrarese sembrano costretti ad una tragica lotta fra ciò che vorrebbero essere  e ciò che dovrebbero essere, per non tradire le proprie origini e la propria condizione.

Non si riscontra superficialità e non si persegue un facile anelito alla libertà nelle pagine che presentiamo; l’autore ci rammenta, a più riprese, che anche “andare contro”, perseguendo il semplice contrapporsi o l’immediatezza dell’essere trasgressivo, rappresenta una forma di un ossequio necessario alla tradizione e alla storia.

Non basta dirsi antagonisti per essere davvero indipendenti; i modelli familiari e culturali costruiscono un reticolo entro cui è comunque necessario muoversi. La fedeltà a se stessi e alle proprie convinzioni non è sufficiente come momento d’identità e costruzione di sé: in un modo o nell’altro, è necessario fare i conti con l’educazione ricevuta e con le attese che sono state proiettate su di noi.

In questo spazio s’insinua il peso quasi tragico dell’onore con tutte le sue conseguenze. Nelle vicende che ci sono narrate è, dunque, l’onore ad essere presentato come il sottile diaframma che – contemporaneamente e tragicamente – limita e definisce i personaggi. Il senso dell’onore restituisce alla propria origine anche quando gli uomini vorrebbero staccarsi da essa e vivere, in senso pieno, un progetto di vita autonoma.

Sotto la forma dell’onore, il destino bussa alla porta e costringe ad una sorta di resa che, in alcuni casi porta alla distruzione e, in casi molto limitati, aiuta a rinascere.

Con una franchezza davvero necessaria, Ferrarese analizza i suoi personaggi senza pietismi o facili complicità e lascia loro una “uscita di sicurezza” nella coscienza dei propri limiti e dei propri vincoli. In qualche modo, come nella tradizione tragica, le “colpe”, o almeno le “scelte” dei padri ricadono sui figli segnandone una parte del destino.

Infine, verrebbe da dire, l’amore – nelle sue varie possibili forme – non produce soltanto sicurezze o protezioni; esso espone, piuttosto, alla necessaria paura del giudizio che, prima di provenire dagli altri che ci circondano, alberga e si fa consistente nell’animo dei personaggi stessi. Un gioco di specchi, di rimandi, di appartenenza che porta alla paralisi o all’eccesso di azione. Comunque è difficile o impossibile trovare una misura.

L’autore si misura con il complesso progetto di affrontare uno stesso tema con tre approcci differenti, anche se necessariamente complementari. La complessità della sfida che Ferrarese affronta è insita nel tema prescelto – l’onore, sulla cui definizione abbiamo già detto in questa breve introduzione – e nella scelta di indagare tre ambienti sociali, tre momenti storici e tre situazioni culturali ben diversificati.

Potremmo, allora, con una certa volontà di forzare la mano per rendere evidenti i meriti dell’autore, paragonare il lavoro dello scrittore a quello di un geologo o di un archeologo chiamato a studiare il sovrapporsi di materiali o di reperti in un sito dalla ricca storia. E in effetti, se ci è lecito giocare con le immagini e le parole, le pagine di questi racconti, possono essere sfogliate, lette e interpretate come tanti strati di sedimenti che, nell’insieme, propongono la ricchezza del tema generale.

Una pagina dopo l’altra, un passaggio dopo l’altro, Stefano Ferrarese ci guida a riconoscere il diverso tono, la diversa enfasi, il diverso significato che la parola “onore” – intesa nel senso di una atavica e necessaria fedeltà a se stessi e alla propria cultura – può assumere nelle tre vicende narrate.

Le parole si organizzano come mattoncini in questi racconti di Stefano Ferrarese e lentamente, con un andamento semplice e riflessivo, inglobano il lettore in un mondo che prende forma e consistenza. La definizione di un ambiente, la costanza della descrizione, l’attenzione al dettaglio determinano una struttura in cui il lettore è chiamato ad aggirarsi, per poi incontrare i personaggi e le vicende.

Meticolosa, ritmica, descrittiva, la prosa di Ferrarese suggerisce di volta in volta i possibili sviluppi della vicenda e lo fa prendendosi cura dei personaggi, mostrandoli prima come figure ed esponendoli poi come protagonisti.

Tre racconti “lunghi”, se dobbiamo servirci di definizioni quasi canoniche, che sanno integrarsi e interagire l’uno con l’altro.

Una prosa matura e ritmata che porta ad una lettura senza pause e che lascia l’amaro in bocca perché costringe a riflettere sulla nostra condizione e sulla nostra concezione della libertà e dell’indipendenza.

Come restare fedeli a se stessi mentre la realtà sembra contraddire con violenza le nostre attese morali?

Come resistere alla tentazione di omologarsi ai tanti?

Domande dense e impegnative che Ferrarese riesce a gestire con la profonda volontà di indagare l’animo umano senza arretrare al cospetto delle brutture e senza esaltarsi in presenza della bellezza.

Stefano Ferrarese

Viaggio nel labirinto chiamato uomo

€10, pagine162

2017, Associazione i colori dell’arte

Per informazioni

https://www.facebook.com/Associazione-I-Colori-Dellarte-309112332548673/?ref=br_rs

stefano.resaturo@libero.it